Affinché crediate Evangelo di Giovanni - Episodio 87

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Questo articolo è la parte 87 di 90 nella serie Evangelo di Giovanni

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«Signor mio e Dio mio!

Colazione con Gesù»


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Or Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

(Giovanni 20:30-31 – La Bibbia)
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Gli studiosi si chiedono sempre quali fossero gli scopi che l’autore di un libro biblico si prefiggeva nel suo scritto. Comprendere lo scopo aiuta a comprendere il significato dello scritto stesso, inserendolo in un preciso contesto. Anche se gli scrittori biblici sono stati ispirati da Dio, ciò non toglie che, dal loro punto di vista, essi fossero mossi da motivazioni precise che li spingevano a scrivere. Ad esempio le epistole di Paolo affrontano argomenti diversi in base all’uditorio a cui l’apostolo scriveva e agli eventuali problemi dottrinali e pratici che si proponeva di correggere.

Come abbiamo letto, l’evangelista Giovanni ha rivelato in maniera chiara e diretta le motivazioni che lo hanno spinto a scrivere.

Giovanni non ha scritto una biografia di Gesù. Non si è messo a scrivere per raccontarci una bella storia commovente. Non è stato neanche spinto dall’idea di scrivere un trattato di teologia. Giovanni ha scritto affinché i suoi lettori credano che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiano vita nel suo nome.

È significativo che Giovanni abbia inserito questa nota proprio dopo aver riportato l’episodio relativo alla confessione di Tommaso che aveva esclamato “Signor mio e Dio mio!”. Questa è l’affermazione che Giovanni vorrebbe udire dai lettori del suo evangelo!

Gesù aveva risposto a Tommaso : «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Giovanni con il suo scritto si rivolgeva proprio a coloro che non avevano visto, a coloro che non avevano avuto la stessa opportunità di Tommaso di vedere e toccare Gesù, alle generazioni di discepoli che sarebbero venute in seguito. Il desiderio di Giovanni era che molti, leggendo la sua testimonianza scritta, potessero credere in Gesù Cristo e, pur senza vederlo, potessero rivolgersi a Gesù come Tommaso dicendo: “Signor mio e Dio mio!”.

Che la divinità di Gesù fosse un concetto fondamentale per Giovanni nella stesura del suo evangelo lo si comprende già dal primo verso: “Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio.” (Gv 1:1). Nel primo capitolo Giovanni aveva spiegato come la Parola si era fatta carne, aveva assunto forma umana per essere l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Giovanni sapeva che la comprensione di quelle cose poteva aprire ai suoi lettori le porte della vita eterna, le porte della salvezza.

La prima parte dell’evangelo si è sviluppata attorno ai segni miracolosi di Gesù, selezionati da Giovanni proprio per mettere in evidenza che Gesù è il Messia, il Figlio di Dio. Non è un caso che, nel suo evangelo, Giovanni si sia soffermato su segni che evidenziavano in particolare la divinità di Gesù, dal primo segno in cui Gesù aveva mostrato la sua signoria sugli elementi materiali, trasformando l’acqua in vino fino ad arrivare alla risurrezione di Lazzaro dopo diversi giorni dalla sua morte, con la quale aveva confermato la sua signoria sulla vita e sulla morte in modo straordinario.

La frase di Gesù sulla croce riportata da Giovanni “È compiuto!” sottolinea la completezza dell’opera di salvezza in Gesù Cristo e la sua risurrezione lo pone come inizio della nuova creazione di Dio.

L’affermazione di Tommaso “Signor mio e Dio mio!” giunse alla fine di questo percorso fatto dai discepoli. La risurrezione era stata per loro la prova definitiva del fatto che le loro aspettative riguardo al Messia erano state limitate fino a quel momento, ma Gesù attraversando la morte e risorgendo con un corpo glorioso come nessuno aveva mai fatto prima aveva dimostrato di essere ben più di un semplice uomo. Il Cristo figlio di Davide e figlio di Dio, il Re d’Israele, era letteralmente l’Emanuele, “Dio con noi”.

Giovanni si rendeva conto dell’importanza di portare i suoi lettori a realizzare chi era davvero Gesù perché la vita eterna è indissolubilmente legata al nome di Gesù, ovvero alla sua persona e alla sua opera. Solo coloro che avessero creduto in Gesù, avrebbero ottenuto vita eterna (Gv 6:47).

Non è neanche un caso che i segni riportati in questo evangelo siano associati ad importanti affermazioni di Gesù che rivelano la sua natura e la sua opera: io sono il pane della vita (Gv 6:35), Io sono la luce del mondo (Gv 8:12), io sono la porta (Gv 10:9), io sono il buon pastore (Gv 10:11), io sono la risurrezione e la vita (11:25-26), io sono la via, la verità e la vita (Gv 14:6), Io sono la vite (Gv 15:5).

Giovanni quando scrisse il suo evangelo era stato già testimone non solo della risurrezione di Gesù ma anche dell’opera dello Spirito Santo tra i discepoli e sapeva che lo Spirito Santo avrebbe svolto il suo ruolo nel parlare ai suoi lettori affinché credessero alla sua testimonianza.

In fondo questo è ciò che accade da più di duemila anni senza interruzione, infatti nessuno può negare che la grazia di Dio abbia toccato milioni e milioni di persone attraverso la testimonianza di Giovanni. Ogni giorno nel mondo ci sono esseri umani che credono in Gesù e ricevono vita eterna per mezzo di lui. E tu, sei già uno di loro?

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