Chiamatemi Mara

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Non mi chiamate Naomi;
chiamatemi Mara,
poiché l’Onnipotente m’ha riempita d’amarezza.
Io partii nell’abbondanza,
e il SIGNORE mi riconduce spoglia di tutto.
Perché chiamarmi Naomi,
quando il SIGNORE ha testimoniato contro di me,
e l’Onnipotente m’ha resa infelice?

(Rut 1:21 – La Bibbia)

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Ti è mai capitato di sentirti crollare il mondo addosso e di vedere solo nero? Allora puoi capire come si sentiva Naomi.

Questa donna, il cui nome significa “mia dolcezza”, molti anni prima insieme a suo marito Elimelec, a causa di una carestia, aveva lasciato Betlemme, che significa “casa del pane”, per andare a cercare del pane in un paese straniero. Ma a Moab, Naomi non trovò solo pane. Trovò la sofferenza.

Prima perse il marito che la lasciò sola con i suoi due figli. Poi, dopo che entrambi avevano sposato donne moabite, Naomi perse anche i figli e si ritrovò vedova e priva di figli in un paese straniero, in compagnia delle sue due nuore moabite.

Quando aveva saputo che in Giuda la carestia era terminata, Naomi aveva deciso di tornare a Betlemme. Riuscì a convincere la nuora Orpa a tornare in Moab, ma l’altra nuora, Rut, non ne aveva voluto sapere di andare a cercarsi un altro marito nel suo paese ed era rimasta con Naomi.

Quando Naomi arrivò a Betlemme insieme a Rut, le donne del paese, che non la vedevano da molti anni, si chiedevano con tono incredulo:«E’ proprio Naomi?»

Ed è proprio a questo punto che Naomi, vedendo solo amarezza nella sua vita, rispose:”Non mi chiamate Naomi; chiamatemi Mara, poiché l’Onnipotente m’ha riempita d’amarezza.”.

Alle orecchie di molti, le parole di Naomi suoneranno irrispettose nei confronti di Dio.
Ma piuttosto che biasimarla per le sue parole, se vogliamo imparare qualcosa che può essere utile anche nella nostra vita, dobbiamo provare a metterci nei suoi panni.

Dal suo punto di vista, la situazione era tragica: il passato le riportava alla mente i suoi cari che ora non c’erano più, il presente le sembrava un peso impossibile da sopportare, il futuro appariva senza prospettive e senza speranza.

Dopo tutto ciò che le era successo, Naomi vedeva il Signore più come un giudice che come un padre amorevole. Più che Colui al quale poteva chiedere soccorso, Dio sembrava essere il nemico, l’artefice dei suoi mali.
Si sentiva colpita da Dio e si stava rassegnando ad una vita piena d’amarezza.

Nella vita di Naomi non c’era più spazio per la dolcezza. Quel nome alle sue orecchie suonava come una beffa e non voleva più sentirlo. Mara significa amara, triste. In quel momento era il nome che meglio la descriveva.

Eppure Naomi, non era sola. Aveva Rut vicino. Forse in quel momento Naomi la vedeva come un peso. Chi, nella piccola Betlemme, si sarebbe preso in moglie quella vedova moabita? Ci mancava solo questa preoccupazione…

Come accade a chiunque si trovi nel dolore, in quel momento i suoi occhi non riuscivano a vedere ciò che il Signore le aveva donato, una nuora che si sarebbe rivelata più preziosa di sette figli (Ru 4:15). Naomi vedeva solo ciò che le era stato tolto.

Il resto del libro dimostrerà che, nella sua infinita grazia, Colui che a Naomi sembrava solo un giudice severo, aveva un piano per risollevarla e darle una speranza e Rut la moabita sarebbe stato proprio il mezzo che Dio avrebbe usato.

Quando tutto va a rotoli, non è facile affrontare la vita in maniera serena e vedere le cose dalla giusta prospettiva. Nelle condizioni di Noemi, quanti di noi sarebbero stati tanto ottimisti da vedere il bicchiere mezzo pieno? Non avremmo anche noi pianto sulle nostre disgrazie chiedendoci:«Perché proprio a me?»

Anche noi, come Noemi, nei momenti più bui della nostra vita, abbiamo bisogno che Dio ci aiuti a vedere non solo ciò che che ci è stato tolto, ma ciò che Dio ci ha dato. Forse vicino a noi c’è una Rut che ci sembra un peso e invece è il mezzo che Dio vuole usare per risollevarci.

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