Cittadini del cielo con i piedi per terra Atti degli apostoli - Episodio 49

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Questo articolo è la parte 49 di 60 nella serie Atti degli apostoli

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«Una vita che parla

Non avere fretta»


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Fattosi giorno, i pretori mandarono i littori a dire: «Libera quegli uomini». Il carceriere riferì a Paolo queste parole, dicendo: «I pretori hanno mandato a dire che siate rimessi in libertà; or dunque uscite, e andate in pace». Ma Paolo disse loro: «Dopo averci battuti in pubblico senza che fossimo stati condannati, noi che siamo cittadini romani, ci hanno gettati in prigione; e ora vogliono rilasciarci di nascosto? No davvero! Anzi, vengano loro stessi a condurci fuori». I littori riferirono queste parole ai pretori; e questi ebbero paura quando seppero che erano Romani; essi vennero e li pregarono di scusarli; e, accompagnandoli fuori, chiesero loro di andarsene dalla città. Allora Paolo e Sila, usciti dalla prigione, entrarono in casa di Lidia; e visti i fratelli, li confortarono, e partirono.

(Atti 16:35-40 – La Bibbia)
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Indice generale della serie sugli Atti degli apostoli

Siamo in questo mondo, ma non di questo mondo.
Siamo cittadini del regno dei cieli.

Sono frasi che come cristiani amiamo ricordare spesso, d’altra parte Gesù stesso aveva ricordato ai suoi discepoli che, pur vivendo in questo mondo, essi erano diversi dagli altri e il mondo li avrebbe odiati (Gv 15:18-19). Lo stesso apostolo Paolo in una sua lettera dice: “la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore”.

Tuttavia in questo brano abbiamo visto che Paolo non si fece alcun scrupolo ad utilizzare la sua cittadinanza romana per ottenere un po’ di rispetto. Fece bene Paolo a comportarsi così? Visto che egli era un cittadino del cielo, fu opportuno utilizzare la sua cittadinanza romana solo perché gli faceva comodo? Visto che stava servendo il Re dei Re, fu una mancanza di fiducia in Dio a spingerlo ad appellarsi a Cesare e alle leggi degli uomini?

Per comprendere ciò che Paolo ha fatto, occorre una premessa. In quel periodo storico, nel mondo romano, come accade spesso nella storia umana anche più recente, erano numerosi i casi in cui la giustizia veniva amministrata con molta parzialità e non erano pochi coloro che amministravano la giustizia cercando semplicemente di arricchirsi il più possibile. La corruzione non l’abbiamo certo inventata noi nel ventunesimo secolo! Comunque chi amministrava la giustizia locale doveva stare attento a come si comportava e non era certamente suo interesse che a Roma arrivassero voci circa un’ingiustizia praticata nei confronti di un cittadino romano.

Dal brano che abbiamo letto in precedenza era evidente che a Filippi era stata praticata un’ingiustizia nei confronti di Paolo e Sila. Essi non avevano fatto nulla di male ma erano stati picchiati e poi sbattuti in prigione solo perché i pretori avevano accontentato la folla che era insorta nei loro confronti, istigata da persone che sostanzialmente avevano denunciato Paolo alle autorità solo perché avevano perso il loro guadagno derivante dallo sfruttamento di una donna che faceva l’indovina prima di essere liberata dallo spirito immondo che la possedeva (At 16:16-24). Ma Paolo e Sila avevano solo fatto del bene a quella donna.

Sappiamo che nella notte Paolo e Sila avrebbero potuto scappare se avessero voluto ma essi rimasero in carcere anche per non creare problemi al loro carceriere che proprio in quella notte si era convertito ed era stato battezzato come abbiamo visto in precedenza. Il comportamento di Paolo e Sila era stato davvero esemplare anche durante quella notte in carcere.

Tuttavia al mattino le autorità stesse avevano deciso di rimettere in libertà Paolo e Sila. Non ci viene detto il motivo di tale ripensamento, ma probabilmente si erano resi conto di aver fatto picchiare ed arrestare quegli uomini senza un regolare processo ed è possibile che persone influenti avessero interceduto per Paolo e Sila facendo notare che le cose non si erano svolte in modo regolare.

Ma fu proprio a questo punto che Paolo si fece le sue ragioni. Può sembrare strano perché molti di noi al posto di Paolo si sarebbero accontentati della liberazione. Tuttavia, affermando di essere cittadino romano, Paolo era riuscito a spaventare i pretori proprio per i motivi che abbiamo precedentemente spiegato. Evidentemente essi temevano di essere denunciati da Paolo ad autorità superiori. Così essi si scusarono con Paolo e lo fecero uscire di prigione, pur pregandolo di lasciare la città, forse appellandosi al fatto che Paolo e Sila non erano al sicuro rimanendo lì.

Cosa aveva ottenuto Paolo comportandosi in quel modo? Lo fece solo per umiliare i pretori ed ottenere le loro scuse? Non credo proprio. Se ci riflettiamo un attimo, ciò che Paolo fece servì piuttosto a garantire una certa tranquillità a lui e anche alla chiesa locale di Filippi che stava muovendo i primi passi. Infatti, dopo aver lasciato la prigione, Paolo e Sila incontrarono i credenti che erano riuniti a casa di Lidia senza doversi preoccupare che qualcuno potesse dare loro altri fastidi. Fu quindi una mossa molto saggia da parte di Paolo anche in vista della prosecuzione della testimonianza nella città.

Dio aveva scelto Paolo per una missione che avrebbe portato il vangelo molto lontano da Gerusalemme, fino ad estendersi a tutto il mondo! Anche se Paolo era un cittadino del cielo, egli era anche un ebreo e un cittadino romano allo stesso tempo e quelle caratteristiche Dio poteva certamente sfruttarle a vantaggio del vangelo! Il suo passato di fariseo lo aveva portato a perseguitare i cristiani inizialmente ma non si può negare che la sua conoscenza delle scritture si rivelò fondamentale mettendolo in grado di essere operativo e di predicare il vangelo subito dopo la sua conversione in un modo che avrebbe richiesto ad altri una preparazione di parecchi anni! Allo stesso modo il suo status di cittadino romano si rivelò fondamentale, come vedremo in seguito, anche per permettergli di raggiungere Roma appellandosi a Cesare. Perché non avrebbe dovuto sfruttare tali vantaggi?

Insomma, riconoscere Gesù come Re dei Re non impedì a Paolo di sfruttare la sua cittadinanza romana pur di agevolare la propagazione del vangelo. Egli era un cittadino del cielo ma non aveva la testa tra le nuvole ma i piedi ben piantati per terra ed un’intelligenza che Dio gli aveva donato perché la usasse per onorarlo. Certamente non si tratta di una questione banale e queste semplici considerazioni non possono esaurire la discussione sul complesso rapporto tra il credente e il mondo che lo circonda, tuttavia possiamo almeno dire che in un mondo che ancora oggi spesso maltratta in maniera ingiusta i cristiani, se abbiamo l’opportunità di far valere le nostre ragioni anche sfruttando le leggi umane per facilitare la diffusione del vangelo, faremmo bene ad avvalerci di tale diritto proprio come fece Paolo.

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