Compagni d’armi

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Questo articolo è la parte 1 di 6 nella serie Lettera a Filemone

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Mi ricordo di te»


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Paolo, prigioniero di Cristo Gesù,
e il fratello Timoteo, al caro Filemone, nostro collaboratore,
alla sorella Apfia, ad Archippo, nostro compagno d’armi,
e alla chiesa che si riunisce in casa tua,
grazia a voi e pace da Dio nostro Padre
e dal Signore Gesù Cristo.

(Filemone 1:1-3 – LA BIBBIA)
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Serie completa pensieri sull’epistola di Paolo a Filemone

Filemone 1-3 Compagni d’armi
Filemone 4-5,7 Mi ricordo di te
Filemone 6-14 Chiedetemi tutto ma non questo!
Filemone 10, 12-13 I fantasmi del passato
Filemone 10-11, 15-21 Anche gli altri cambiano
Filemone 22-24 Compagni di prigionia

Paolo, con l’aiuto di Timoteo, scrisse la più breve delle sue lettere a Filemone (probabilmente un cristiano che viveva a Colosse), mentre si trovava in prigione (Varie ipotesi: a Roma? A Efeso?). Infatti, come abbiamo letto Paolo si definisce un prigioniero di Cristo Gesù, un’espressione che Paolo richiamerà ancora nel resto dell’epistola (v.9), espressione che mette in evidenza non la sua autorità come apostolo come ci si sarebbe aspettato, ma la sua debolezza volontaria come servo di Gesù Cristo che lo ha portato in prigione proprio per la causa del vangelo.

Questo prigioniero scrive a Filemone definendolo “nostro collaboratore”. Inoltre, riferendosi ad un destinatario secondario della lettera, Archippo, Paolo utilizza un’altra espressione forte: “nostro compagno d’armi”.

In queste prime parole della lettera abbiamo quindi un prigioniero di guerra che scrive ai propri collaboratori e compagni d’armi che sono fuori dalla prigione ma chiamati a continuare a combattere la medesima guerra. Ma di quale guerra si tratta? Con questa immagine militare Paolo richiama l’attenzione sulla battaglia che i cristiani del primo secolo stavano affrontando per proclamare la buona notizia di Gesù Cristo in un mondo che li disprezzava e li perseguitava fino al punto di metterli in prigione (proprio come Paolo in quel momento) o ucciderli. L’unica arma che Paolo e i suoi collaboratori avevano a disposizione era la parola di Dio che loro proclamavano senza paura e che, proprio come una spada, aveva il potere di penetrare nell’animo degli uomini per trasformarli, liberarli dalle conseguenze della loro ribellione a Dio e donare loro la vita eterna.

Ciò che Paolo avrebbe chiesto a Filemone nel resto di questa lettera sarebbe stato un passo decisivo in questa guerra spirituale. Infatti lo scopo principale della lettera era quello di stimolare Filemone a perdonare ed accogliere Onesimo come un fratello in Cristo. Se consideriamo che probabilmente Onesimo era uno schiavo dello stesso Filemone che,prima di convertirsi attraverso la testimonianza di Paolo, era fuggito al suo padrone in qualche momento imprecisato del passato, ci rendiamo conto che la richiesta di Paolo era molto difficile da recepire. Infatti in una società in cui la schiavitù era assolutamente normale e il perdono verso uno schiavo che era fuggito era assolutamente fuori luogo, Filemone si sarebbe trovato a fare una scelta che avrebbe destato clamore nella società e anche parecchie critiche. Si pensi all’influenza che un simile precedente avrebbe potuto avere sui futuri rapporti tra padroni e schiavi della zona.

Il fatto che Paolo scriva a collaboratori e compagni d’armi è quindi essenziale per comprendere questa lettera. Proprio perché Filemone condivideva e collaborava allo stesso progetto, aveva la stessa visione del mondo e gli stessi obiettivi, Paolo poteva rivolgersi a lui con la richiesta piuttosto sfidante che costituisce il cuore della lettera. Il messaggio rivoluzionario del vangelo, la proclamazione del regno di Dio, passava anche attraverso scelte difficili che rompevano gli schemi della società.

Paolo confidava nel fatto che il suo collaboratore, il suo compagno d’armi, non lo avrebbe deluso, ma avrebbe sorpreso le linee nemiche con un attacco a sorpresa, mostrando in maniera pratica la trasformazione che l’evangelo era in grado di operare nel cuore dell’uomo, portandolo addirittura ad accogliere uno schiavo come un fratello in Cristo e a perdonargli persino un’offesa che i più consideravano degna di morte.

La grazia e la pace di Dio con cui Paolo concluse questi saluti iniziali, erano proprio quelli di cui Filemone aveva bisogno per compiere questi gesti pratici, e in qualche modo rivoluzionari, che avrebbero reso una grande testimonianza nel mondo del primo secolo e avrebbe incoraggiato anche tutto il resto della chiesa che si riuniva in casa sua ad agire in modo analogo.

Anche noi lettori moderni troveremo in questa epistola delle sfide che siamo chiamati a cogliere, mostrando di essere anche noi, a distanza di più di venti secoli, compagni d’armi di Paolo, impegnati nella medesima battaglia spirituale per conquistare il mondo non con le armi ma con l’amore di Dio, un amore che si è manifestato in modo magistrale nella persona di Gesù Cristo, del quale noi stessi siamo chiamati a seguire le orme.

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