Il tuo problema è un mio problema

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Siano i tuoi orecchi attenti,
i tuoi occhi aperti per ascoltare la preghiera
che il tuo servo ti rivolge adesso, giorno e notte,
per i figli d’Israele, tuoi servi,
confessando i peccati dei figli d’Israele:
perché abbiamo peccato contro di te;
abbiamo peccato io e la casa di mio padre.
  Abbiamo agito da malvagi contro di te,
e non abbiamo osservato i comandamenti,
le leggi e le prescrizioni che tu hai dato a Mosè, tuo servo.

(Neemia 1:6-7 – LA BIBBIA)

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Si consiglia di leggere prima  la nota del 31/1/2013  Interesse sincero

“Non è un mio problema, sono affari tuoi”. Normalmente reagiamo in questo modo quando qualcuno si trova in una situazione difficile a causa delle proprie mancanze. D’altra parte, perché dovremmo prenderci in carico un problema del quale non siamo noi i responsabili?

Tuttavia, leggendo la bibbia, ci si accorge che i grandi uomini di Dio non hanno mai ragionato in questo modo. Neemia ne è un esempio.

La  risposta  che  aveva ricevuto  da  alcuni  uomini  provenienti  da  Giuda era davvero sconfortante… Erano passati circa  quindici  anni  dal  ritorno  di  Esdra a Gerusalemme,  ma  le  mura  erano ancora in rovina.

A quei tempi, le mura erano molto importanti per le città, perchè una città senza mura era facilmente attaccabile.  Gerusalemme era, dunque, una città debole, facilmente soggiogabile.

L’interesse sincero di Neemia si manifestò in particolare nella sua preghiera, nella quale si percepisce chiaramente che il problema del suo popolo è un suo problema.  Egli, nella sua preghiera non dice che i suoi connazionali hanno peccato, ma dice: “Abbiamo peccato”.

Neemia esprime quindi il peccato di Israele come un peccato suo e della sua famiglia. Egli non prende le distanze dai colpevoli, ma si immedesima in loro, si sente parte del problema. Neemia era nato dopo la deportazione e non era direttamente responsabile di ciò che i sui padri avevano fatto, ciò nonostante, nella sua preghiera, egli confessa il peccato del popolo di cui egli fa parte. Non se ne tira fuori. Troviamo lo stesso atteggiamento in altri grandi personaggi come Esdra, Daniele, Mosé…

Nel nostro mondo dove il singolo è al centro di tutto, ci sembra strano un atteggiamento del genere. Noi avremmo pregato chiedendo al Signore di perdonare i nostri fratelli che avevano peccato, ma non ci saremmo sentiti chiamati parte in causa.

Eppure  la chiesa è un corpo e il problema di una singola parte del corpo coinvolge tutte le altre membra. Se la mano o il piede sbagliano, le conseguenze ricadono su tutto il corpo. Nello stesso modo, il peccato, la ribellione, rallentano il nostro cammino comunitario, non solo il cammino del singolo. Per questo motivo, il peccato di un membro non dovrebbe essere solo affar suo, ma dovrebbe coinvolgere il resto del corpo nell’intercessione presso Dio.  Neemia lo aveva capito molto bene.

Come Neemia, voglio imparare sempre di più a piegarmi e piangere quando mi rendo conto che il popolo di Dio è nella miseria a causa del peccato.  Non posso cavarmela dicendo “Non è un mio problema” perché Dio non ci ha solo salvati come singoli ma ha voluto che vivessimo come fratelli. E se i miei fratelli si allontanano, è mio compito avvertirli ma anche piegarmi, pregare e piangere per il popolo di cui anche io faccio parte. Non posso tirarmene fuori.

One Comment
  1. Hai toccato un soggetto molto sensibile Omar, è vero che si deve piangere per il peccato della chiesa! Viviamo un periodo confuso e ambiguo dove non si distingue molto chiaro cosa è e cosa non è peccato!! Oh Spirito santo convinci il tuo popolo del suo peccato, risveglia la sua coscienza, digli di tornare al primo amore!

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