Il tuo problema è un mio problema

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E dissi: «O SIGNORE, Dio del cielo, Dio grande e tremendo,
che mantieni il patto e fai misericordia a quelli che ti amano
e osservano i tuoi comandamenti.
Siano i tuoi orecchi attenti,
i tuoi occhi aperti per ascoltare la preghiera
che il tuo servo ti rivolge adesso, giorno e notte,
per i figli d’Israele, tuoi servi,
confessando i peccati dei figli d’Israele:
perché abbiamo peccato contro di te;
abbiamo peccato io e la casa di mio padre.
Abbiamo agito da malvagi contro di te,
e non abbiamo osservato i comandamenti,
le leggi e le prescrizioni che tu hai dato a Mosè, tuo servo.

(Neemia 1:5-7 – LA BIBBIA)
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Serie completa pensieri sul libro di Neemia

Capitolo 1
Neemia 1:1-4 Interesse sincero
Neemia 1:5-7 Il tuo problema è un mio problema
Neemia 1:8-11 Ricordati le promesse
Altri capitoli di Neemia Vedi indice generale libro di Neemia

“Non è un mio problema, sono affari tuoi”. Normalmente reagiamo in questo modo quando qualcuno si trova in una situazione difficile a causa delle proprie mancanze. D’altra parte, perché dovremmo prenderci in carico un problema del quale non siamo noi i responsabili?

Tuttavia, leggendo la bibbia, ci si accorge che i grandi uomini di Dio non hanno mai ragionato in questo modo. Neemia ne è un esempio lampante.

La  risposta  che  aveva ricevuto  da  alcuni  uomini  provenienti  da  Giuda era davvero sconfortante… Erano passati circa  quindici  anni  dal  ritorno  di  Esdra a Gerusalemme,  ma  le  mura  erano ancora in rovina. A quei tempi, le mura erano molto importanti per le città, perché una città senza mura era facilmente attaccabile.  Gerusalemme era, dunque, una città debole, facilmente soggiogabile.

L’interesse sincero di Neemia si manifestò in particolare nella sua preghiera, nella quale emerge chiaramente che lui percepiva il problema del suo popolo come un suo problema.

Egli sapeva di rivolgersi al “Signore, Dio del cielo, Dio grande e tremendo” e sapeva che la situazione in cui Gerusalemme si trovava era diretta conseguenza del loro peccato. Ma egli sapeva anche che Dio mantiene il patto e fa misericordia a quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti, quindi Dio non sarebbe stato insensibile alla sua preghiera.

Nella sua preghiera troviamo quindi il giusto mix tra la confessione del peccato compiuto nel passato e la fiducia nell’intervento di Dio in futuro.

Ma la cosa che colpisce di più è che, nel confessare il peccato del popolo, egli non disse che i suoi connazionali avevano peccato, ma disse: “Abbiamo peccato”. Probabilmente Neemia era nato dopo la deportazione e non era direttamente responsabile di ciò che i sui padri avevano fatto, ciò nonostante egli si identificò pienamente con il suo popolo.

Troviamo in Neemia lo stesso atteggiamento che si ritrova nella bibbia in altri grandi personaggi come Esdra, Daniele, Mosè; non si tratta di un atteggiamento egoistico ma di un sincero interesse per le sorti del proprio popolo che caratterizza chi considera il problema della collettività un proprio problema.

Neemia stava svolgendo il suo lavoro di coppiere nel castello di Susa presso la corte del re. Egli non se la passava male, sicuramente se la passava molto meglio di tanti suoi connazionali in esilio. Eppure egli sentiva molto forte la sua appartenenza al popolo di Israele e sapere che le mura di Gerusalemme erano ancora in rovina non lo lasciava indifferente.

Nel nostro mondo dove il singolo è al centro di tutto, ci sembra strano un atteggiamento del genere. Molti di noi avrebbero pregato chiedendo al Signore di perdonare i nostri fratelli che avevano peccato, ma difficilmente ci saremmo sentiti parte in causa. Forse avremmo pregato per loro, ma ce ne saremmo stati tranquilli a Susa a goderci il nostro posto di coppiere.

Eppure anche oggi il popolo di Dio, la chiesa formata da tutti i discepoli di Gesù Cristo, è un corpo e il problema di una singola parte del corpo coinvolge tutte le altre membra. Se la mano o il piede sbagliano, le conseguenze ricadono su tutto il corpo. Nello stesso modo, il peccato, la ribellione, rallentano il cammino comunitario, non solo il cammino del singolo. Per questo motivo, il peccato di un membro non dovrebbe essere solo affar suo, ma dovrebbe coinvolgere il resto del corpo nell’intercessione presso Dio.  Neemia lo aveva capito molto bene.

Come Neemia, voglio imparare sempre di più a piegarmi e piangere quando mi rendo conto che il popolo di Dio è nella miseria a causa del peccato.  Non posso cavarmela dicendo “Non è un mio problema” perché Dio non ci ha solo salvati come singoli ma ha voluto che vivessimo come fratelli. E se i miei fratelli si allontanano, è mio compito avvertirli ma anche piegarmi, pregare e piangere per il popolo di cui anche io faccio parte affinché Dio intervenga e ci dia di ritrovare la strada giusta. Non posso tirarmene fuori: il loro problema è anche un mio problema.

2 Comments
  1. Hai toccato un soggetto molto sensibile Omar, è vero che si deve piangere per il peccato della chiesa! Viviamo un periodo confuso e ambiguo dove non si distingue molto chiaro cosa è e cosa non è peccato!! Oh Spirito santo convinci il tuo popolo del suo peccato, risveglia la sua coscienza, digli di tornare al primo amore!

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