Il buon pastore Evangelo di Giovanni - Episodio 42

Questo articolo è la parte 42 di 90 nella serie Evangelo di Giovanni

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«La porta della salvezza

Io e il Padre siamo uno»


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Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga (e il lupo le rapisce e disperde), perché è mercenario e non si cura delle pecore.
Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.
Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore.
Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest’ordine ho ricevuto dal Padre mio».
Nacque di nuovo un dissenso tra i Giudei per queste parole. Molti di loro dicevano: «Ha un demonio ed è fuori di sé; perché lo ascoltate?» Altri dicevano: «Queste non sono parole di un indemoniato. Può un demonio aprire gli occhi ai ciechi?»

(Giovanni 10:11-21 – La Bibbia)
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Spiegando la similitudine introdotta all’inizio del capitolo 10, aveva detto di essere la porta dell’ovile, attraverso cui le pecore potevano passare per ricevere il nutrimento. La salvezza sarebbe stata possibile solo attraverso di lui.

La cosa aveva sicuramente senso per i suoi interlocutori perché Gesù si stava paragonando al Re Messia che loro aspettavano e che avrebbe svolto il suo ministero di guida del popolo e di mediazione (la porta) tra Dio (il buon pastore) e l’uomo (le pecore) e c’erano diversi brani delle scritture che i Giudei conoscevano bene e che paragonavano Dio proprio ad un pastore che si prendeva cura delle sue pecore di Israele (Ez 34:12).

Ma Gesù, nella medesima similitudine, affermò di essere lui il buon pastore. Anche questo aveva un senso perché il medesimo brano di Ezechiele si riferiva anche ad un futuro in cui Davide sarebbe stato ancora re e pastore di Israele (Ez 34:23) e il Messia era proprio un discendente di Davide che svolgeva il ruolo di re e pastore, guida.

Ma che tipo di pastore sarebbe stato Gesù? Cosa avrebbe fatto questo buon pastore? Qui Gesù introdusse un aspetto che non era semplice comprendere per i suoi interlocutori. Infatti, egli aveva affermato di essere venuto affinché le sue pecore avessero la vita e l’avessero in abbondanza (Gv 10:10) e ora stava affermando di essere un pastore pronto a dare la sua vita per le pecore. Egli avrebbe quindi salvato le proprie pecore, avrebbe donato loro vita abbondante, vita eterna, ma dalle sue parole si comprendeva che questo sarebbe avvenuto attraverso la sua vita donata per loro!

C’era una grande differenza tra ciò che Gesù, il buon pastore, avrebbe fatto per le sue pecore e ciò che stavano facendo le guide spirituali di Israele in quel momento storico! Infatti Gesù aveva appena denunciato la cecità di alcuni farisei che pensavano di vedere mentre non erano in grado di vedere e di comprendere la verità che lo riguardava (Gv 9:40-41) e in quel modo impedivano anche ad altri di vederla. Essi agli occhi del popolo erano eccellenti guide spirituali e occorre riconoscere che avevano senz’altro il merito di aver protetto e conservato la legge in un periodo di decadimento spirituale e di ellenizzazione come quello che aveva preceduto la venuta di Gesù. Però rifiutando Gesù, essi si stavano opponendo al piano di Dio! Invece di essere collaboratori del buon pastore di Israele, magari portinai dell’ovile che custodivano il gregge e aprivano al buon pastore, per rimanere nella similitudine, essi rischiavano di essere mercenari preoccupati dei propri interessi, della propria posizione e della propria tradizione.

Ma nel denunciare le false guide spirituali che fuorviavano il popolo, Gesù era comunque sicuro che le vere pecore avrebbero riconosciuto il loro pastore. Essi avevano un rapporto con il Padre e avrebbero avuto anche un rapporto con il Figlio.

A quel punto Gesù fece un’affermazione che deve riempirci di gioia. Infatti egli disse di avere anche altre pecore di un altro ovile e anche noi ne possiamo fare parte. Era infatti ovvio che il Messia si rivolgesse in primo luogo al proprio popolo al quale appartenevano le numerose promesse fatte nel passato ma Dio è il creatore di tutti gli uomini e vuole prendersi cura di tutte le sue creature come un unico gregge. A differenza di quanto molti pensano, Dio si è sempre occupato di tutta l’umanità, infatti Israele era stato scelto per essere testimone di Dio (Is 43:9-12), ovvero per portare la rivelazione di Dio a tutti gli altri popoli, per essere luce delle nazioni (es. Is 60:3) e quella luce avrebbe raggiunto il suo culmine proprio attraverso il Messia promesso ad Israele (vedi Is 49:6). quel Messia è proprio Gesù! Lui è il buon pastore dell’unico gregge composto dalle pecore della casa d’Israele ma anche da noi che apparteniamo a tutte le altre nazioni.

Gesù insistette molto sul fatto che la sua sarebbe stata un’offerta volontaria. Egli non è morto perché gli uomini lo hanno voluto uccidere ma è morto perché Egli ha voluto deporre la sua vita per l’umanità! Mentre gli uomini nei secoli hanno discusso molto a lungo su chi siano stati i colpevoli della morte di Gesù, avrebbero dovuto semplicemente ringraziare Dio perché Gesù aveva voluto deporre la sua vita per tutti loro come un buon pastore disposto a sacrificarsi per le sue pecore! Gesù fece proprio quello che aveva detto. Depose la sua vita per riprendersela, in maniera volontaria! La risurrezione di Gesù non è il piano di riserva di Dio per ovviare alla sua inaspettata morte, ma è il piano di Dio per redimere gli uomini preparato ben prima che gli uomini mettessero piede sulla terra (Vedi 1Pt 1:20). Il Padre e il Figlio sono uniti nel medesimo intento per salvare l’umanità a partire dalle pecore della casa di Israele.

Le aspettative legate al Messia, basate su Daniele 7:13-14, prevedevano un re che avrebbe regnato per sempre, non un re che moriva per salvare il suo popolo. Inoltre Gesù affermava di avere un potere che a rigore di logica avrebbe potuto avere solo Dio, infatti affermò di avere il potere di riprendersi la vita, il potere di ritornare in vita. Come vedremo nel proseguimento di questo vangelo, queste affermazioni generavano difficoltà e addirittura scandalo in molti contemporanei di Gesù (es. Gv 12:34). Non a caso, alcuni dei suoi interlocutori in questo episodio lo presero per un pazzo indemoniato! Tuttavia, Gesù aveva fatto ancora un grande segno aprendo gli occhi di un uomo cieco dalla nascita (Gv 9) e questo portò alcuni di loro a mantenere un atteggiamento di apertura nei suoi confronti. Certo diceva cose difficili, per certi versi inaccettabili, ma i segni sembravano proprio dargli ragione…

Qual’è il tuo atteggiamento di fronte alle parole di Gesù? Hai compreso che Egli è il buon pastore che ha dato la sua vita per il suo gregge? Hai compreso che la sua grazia si è estesa anche a noi che non facciamo parte del popolo di Israele? Forse fino ad oggi sei stato lontano da lui e pensi che Gesù non si interessi di uno come te. Sappi che non è così. Anche tu puoi fare parte del suo gregge perché Egli è venuto a cercare proprio la pecora smarrita. Il buon pastore ha dato la sua vita anche per te.

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