Io e il Padre siamo uno Evangelo di Giovanni - Episodio 43

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Questo articolo è la parte 43 di 90 nella serie Evangelo di Giovanni

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«Il buon pastore

Il bene e il meglio»


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In quel tempo ebbe luogo in Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d’inverno, e Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. I Giudei dunque gli si fecero attorno e gli dissero: «Fino a quando terrai sospeso l’animo nostro? Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente».
Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non lo credete; le opere che faccio nel nome del Padre mio, sono quelle che testimoniano di me; ma voi non credete, perché non siete delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo uno».
I Giudei presero di nuovo delle pietre per lapidarlo. Gesù disse loro: «Vi ho mostrato molte buone opere da parte del Padre mio; per quale di queste opere mi lapidate?» I Giudei gli risposero: «Non ti lapidiamo per una buona opera, ma per bestemmia; e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». Gesù rispose loro: «Non sta scritto nella vostra legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? Se chiama dèi coloro ai quali la parola di Dio è stata diretta (e la Scrittura non può essere annullata), come mai a colui che il Padre ha santificato e mandato nel mondo, voi dite che bestemmia, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non faccio le opere del Padre mio, non mi credete; ma se le faccio, anche se non credete a me, credete alle opere, affinché sappiate e riconosciate che il Padre è in me e che io sono nel Padre».
Essi cercavano nuovamente di arrestarlo; ma egli sfuggì loro dalle mani.
Gesù se ne andò di nuovo oltre il Giordano, dove Giovanni da principio battezzava, e là si trattenne. Molti vennero a lui e dicevano: «Giovanni, è vero, non fece nessun segno miracoloso; ma tutto quello che Giovanni disse di quest’uomo, era vero». E là molti credettero in lui.

(Giovanni 10:22-42 – La Bibbia)
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Gesù si trovava di nuovo a Gerusalemme, in occasione della festa delle Dedicazione (celebrata nel mese di dicembre) in cui si ricorda la riconsacrazione del tempio avvenuta nel secondo secolo a.c. quando i Giudei, guidati dalla famiglia dei Maccabei, si erano ribellati ad Antioco IV Epifane che aveva sconsacrato il tempio contaminandolo con un culto pagano.

Possiamo ben dire che Gesù aveva già fatto parlare molto di sé in Gerusalemme in occasione delle sue precedenti visite e aveva già dato abbondanti prove della sua messianicità. Eppure egli venne ancora una volta invitato a dichiarare apertamente se era il Messia oppure no. La sensazione è che i suoi interlocutori stessero cercando degli appigli per poterlo accusare ed arrestare.

Gesù non aveva certamente paura di loro e la sua risposta fu piuttosto dura. Egli aveva già fatto molti segni e le sue pecore avevano già tutti gli elementi per comprendere che lui era il Messia, tuttavia essi continuavano a non credere in lui. La loro incredulità dimostrava che non erano sue pecore, infatti se essi fossero stati sue pecore, ovvero tra coloro che in Israele erano attenti alla voce di Dio, avrebbero ormai riconosciuto che Gesù era il Messia di cui le scritture parlavano perché avrebbero riconosciuto la voce di Dio in lui e avrebbero riconosciuto l’opera di Dio nelle sue opere.

Le parole di Gesù vennero confermate dalla loro reazione. Infatti ciò che Gesù disse urtò in maniera profonda i suoi interlocutori al punto da provocare una reazione violenta. Ma perché essi reagirono così? Non certo perché Gesù aveva affermato di essere il Messia, infatti era proprio quello l’argomento della loro conversazione e di certo, anche se non fossero stati d’accordo, ciò non costituiva una bestemmia. Ciò che li turbò era la pretesa di Gesù di avere un’autorità che un uomo non poteva avere, un potere che poteva appartenere solo a Dio come ogni israelita sapeva. Quale creatura potrebbe infatti avere il potere di morire e poi “riprendersi” la vita come Gesù aveva affermato (Gv 10:17-18)? Quale creatura potrebbe inoltre avere il potere di dare vita eterna ad altre creature? Egli affermava inoltre che le pecore erano al sicuro nelle sue mani come nelle mani del Padre che gliele aveva date, lasciando intendere che Lui e il Padre non avevano solo unità di intenti, cosa alla quale ogni pio giudeo avrebbe dovuto aspirare nei confronti di Dio, ma anche pari capacità e autorità per prendersi cura delle pecore e proteggerle. Gesù aveva affermato giustamente che il Padre era più grande di tutti ma allo stesso tempo stava dichiarando di avere caratteristiche che in qualche modo lo mettevano proprio sullo stesso piano di Dio. L’enormità di ciò che Gesù stava affermando non sfuggì ai suoi interlocutori i quali presero delle pietre per lapidarlo. Ai loro occhi, un uomo che si metteva sullo stesso piano di Dio, reclamando per sé un’autorità che solo Dio poteva avere, stava ovviamente bestemmiando.

Gesù non solo non ritrattò le sue parole ma le rilanciò in maniera ancora più pesante. Infatti, citando Salmo 82:6 Gesù richiamò il contesto di quel salmo in cui coloro che dovevano rappresentare Dio, dovevano essere suoi portavoce, avendo l’incarico di amministrare la giustizia in Israele vengono chiamati “elohim” (dèi) nonostante essi si comportassero in maniera ingiusta favorendo l’empietà. Essi non stavano onorando l’incarico che avevano ricevuto, infatti invece di essere rappresentanti di Dio, camminavano nelle tenebre (Salmo 82:5). Per quel motivo il vero Elohim li avrebbe giudicati come tutti gli altri uomini (Salmo 82:1, 7).
Se Dio aveva ironicamente chiamato “elohim” (parola che porta in sé il concetto di autorità) quegli uomini malvagi che dovevano giudicare gli uomini secondo l’autorità che Dio aveva dato loro, quei giudici ingiusti che non avevano onorato il loro incarico da parte di Dio, tanto più Gesù il Messia messo a parte e inviato nel mondo per redimere l’umanità poteva ben fregiarsi del titolo di “Figlio di Dio”! Quei giudici ingiusti avevano disonorato Dio ed erano stati da lui giudicati ma il Figlio di Dio onorava il Padre con le sue buone opere e sarebbe stato Lui a gestire il giudizio in futuro! Gesù non aveva quindi nessuna intenzione di scusarsi, non aveva bestemmiato né aveva esagerato dicendo “io e il Padre siamo uno” ma aveva detto ancora una volta la verità e lo ribadì esprimendo il medesimo concetto in modo ancora più chiaro: “il Padre è in me e io sono nel Padre”. Questa affermazione ancora più della prima esprime un concetto di unione con Dio che nessuna creatura potrebbe arrogare per sé. Gesù li esortò a valutare onestamente le prove a loro disposizione: anche se le parole di Gesù potevano sembrare incredibili alle loro orecchie essi comunque avrebbero dovuto guardare le sue potenti opere che confermavano quella realtà! Insomma, se le sue opere erano chiaramente da Dio, essi dovevano anche credere alle sue parole!

Ancora una volta ci furono due tipi di reazione all’opera di Gesù. Da una parte troviamo coloro ai quali Gesù si era rivolto invitandoli a considerare bene le sue parole e le sue opere i quali continuarono ad opporsi e tentarono di arrestarlo senza successo. Dall’altra troviamo la reazione di chi aveva osservato le opere di Gesù come lui aveva detto di fare, le avevano confrontate con la testimonianza che Giovanni Battista gli aveva reso ed avevano creduto in Gesù, arrivando all’unica conclusione possibile: Gesù era il Messia.

Ancora oggi ci sono sempre questi due tipi di reazione nei confronti di Gesù. Ci sono coloro che lo rifiutano e lo disprezzano, e ci sono coloro che lo accolgono riconoscendo che le sue non erano le parole di un uomo presuntuoso ma le parole di chi poteva dire “io e il Padre siamo uno”, “il Padre è in me e io sono nel Padre”, “io sono Figlio di Dio” senza timore di essere smentito. Qual’è la tua reazione nei confronti di queste parole di Gesù?

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