Prima di Abramo Io Sono Evangelo di Giovanni - Episodio 37

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Questo articolo è la parte 37 di 90 nella serie Evangelo di Giovanni

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«Veramente liberi

Dalle tenebre alla luce»


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I Giudei gli risposero: «Non diciamo noi con ragione che sei un Samaritano e che hai un demonio?» Gesù replicò: «Io non ho un demonio, ma onoro il Padre mio e voi mi disonorate. Io non cerco la mia gloria; v’è uno che la cerca e che giudica. In verità, in verità vi dico che se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte». I Giudei gli dissero: «Ora sappiamo che tu hai un demonio. Abraamo e i profeti sono morti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non gusterà mai la morte”. Sei tu forse maggiore del padre nostro Abraamo il quale è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?»
Gesù rispose: «Se io glorifico me stesso, la mia gloria è nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, che voi dite: “È nostro Dio!” e non l’avete conosciuto; ma io lo conosco, e se dicessi di non conoscerlo, sarei un bugiardo come voi; ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abraamo, vostro padre, ha gioito nell’attesa di vedere il mio giorno; e l’ha visto, e se n’è rallegrato».
I Giudei gli dissero: «Tu non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abraamo?» Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono».
Allora essi presero delle pietre per tirargliele; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

(Giovanni 8:48-59 – La Bibbia)
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Se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte. Con questa frase Gesù spiegò in maniera definitiva a cosa si riferiva quando, nei versi precedenti, aveva detto che la sua parola avrebbe reso gli uomini veramente liberi. Gesù con la sua parola voleva aprire gli occhi dei suoi interlocutori e spingerli a comprendere il loro stato di peccatori bisognosi di essere salvati. Egli voleva che comprendessero nella sua totalità il piano di Dio, un piano che passava per il Messia che avrebbe donato la sua vita per i loro peccati e per i peccati di tutti gli uomini.

All’inizio di questa sezione avevamo visto che quegli uomini avevano creduto in lui (Gv 8:30). Ora quelle stesse persone lo chiamano Samaritano (dal loro punto di vista era davvero una grave offesa, considerando la bassa stima che i Giudei avevano dei Samaritani e i pessimi rapporti tra Giudei e Samaritani) e addirittura lo accusano di essere un indemoniato. Vi rendete conto? Colui che liberava le persone dai demoni, colui che guariva i malati, colui che sfamava le folle, colui che in ogni cosa onorava il Padre, colui che il Padre glorificava e accreditava con opere potenti, veniva disonorato e accusato di essere indemoniato da persone che avrebbero dovuto accoglierlo come il loro Messia…

Essi lo chiamavano indemoniato perché consideravano insensate le cose che egli diceva. Come poteva dire che non sarebbero morti se persino Abramo e i profeti erano morti? Era forse maggiore di Abramo e dei profeti? Chi credeva di essere?

Dalle loro parole abbiamo la conferma di quanto abbiamo già visto più volte nel corso di questa serie sull’evangelo di Giovanni: essi non erano in grado di comprendere il senso spirituale delle parole di Gesù. Anche se alcuni di loro erano propensi a seguirlo come Messia (Gv 8:30) essi pensavano di trovarsi davanti un uomo come loro e non riuscivano a comprendere la straordinaria portata della sua opera. Egli era colui per mezzo del quale essi stessi avevano ricevuto vita, come emerge chiaramente dal prologo dell’evangelo di Giovanni in Gv 1 ed era colui che poteva dare loro vita eterna. Loro sapevano che solo Dio poteva dare la vita biologica e, a maggior ragione, la vita eterna, quindi un uomo che prometteva alle persone di avere vita eterna, di non vedere la morte, anche se diceva di essere il Messia, non poteva essere credibile. Le loro aspettative messianiche erano certamente alte ma essi capivano bene che Gesù parlava come se fosse Dio stesso e questo loro non riuscivano ad accettarlo. Infatti nel proseguimento dell’evangelo vedremo che fu proprio questa la principale accusa che i Giudei mossero a Gesù: “tu, che sei uomo, ti fai Dio” (Gv 10:33).

Gesù non aveva bisogno di difendersi o di scusarsi perché lo stavano fraintendendo, infatti Dio stesso lo aveva già ampiamente accreditato tra loro attraverso molti segni, e avrebbe continuato a farlo fino al segno definitivo: la risurrezione. Ancora una volta Gesù mise in evidenza una triste realtà: quelle persone chiamavano Dio “nostro Dio” e “nostro Padre (Gv 8:41), eppure non conoscevano Dio! Infatti disprezzando Gesù la cui conoscenza era perfetta perché egli era in perfetta sintonia con il Padre, essi stavano disprezzando Dio stesso. Essi si vantavano di essere figli di Abramo (Gv 8:39) eppure non seguivano le orme di Abramo che aveva gioito nell’attesa di vedere il giorno in cui il Messia, la sua discendenza che avrebbe benedetto tutte le nazioni (Genesi 22:18), si sarebbe manifestato. Abramo aveva creduto alle promesse di Dio, aveva visto in Isacco l’inizio della sua discendenza e, per fede, aveva già visto la completa realizzazione della promessa di benedizione nel Messia (Eb 11:13) e se ne era rallegrato, ma i suoi discendenti stavano disprezzando Colui nel quale quelle promesse trovavano il compimento!

Quei Giudei erano sempre più scettici. Quell’uomo davanti a loro non aveva neanche cinquant’anni e aveva visto Abramo? Doveva proprio essere un pazzo. E pensare che alcuni di loro si erano quasi convinti che fosse davvero il Messia…
Ancora una volta, nella loro cecità spirituale, stavano fraintendendo le parole di Gesù non capendo nella maniera corretta il suo riferirsi ad Abramo.

Fu di fronte a tale scetticismo che Gesù fece un’affermazione strabiliante: «In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono».

Questa è probabilmente una delle più importanti affermazioni di Gesù riguardanti la sua divinità. Infatti se Gesù avesse voluto esprimere solo il concetto della sua preesistenza rispetto ad Abramo come avrebbe potuto fare un’altra creatura (es. un angelo), avrebbe potuto usare un verbo al passato, dicendo: “Io c’ero già prima di Abramo”. Ma Gesù utilizzò un tempo presente “Io sono” che mette in evidenza la sua immutabilità nel tempo, l’assolutezza dell’esistenza, fuori dal tempo, da eternità in eternità, una caratteristica che appartiene solo a Dio. Non a caso l’espressione usata da Gesù ricorda proprio il modo stesso in cui Dio si presentò a Mosè in Esodo 3:14: “Io sono colui che sono”.

Che tristezza il modo in cui questo brano finisce… Le parole di Gesù potevano solo suonare come blasfemia alle loro orecchie. Così, quelle persone che all’inizio del brano sembravano aver creduto in lui, finirono col prendere delle pietre per lapidarlo, confermando ciò che Gesù aveva affermato in precedenza: “So che siete discendenti d’Abraamo; ma cercate di uccidermi, perché la mia parola non penetra in voi” (Gv 8:37). Essi però non riuscirono nel loro intento perché non era ancora venuto il momento per Gesù di dare la sua vita e quindi egli non permise loro di mettergli le mani addosso ma riuscì a sottrarsi.

Oggi molti continuano a considerare le parole di Gesù come blasfemia, oppure come irrilevanti per la loro vita. Altri pensano addirittura che Gesù non sia neanche esistito. Ma Gesù, non solo è esistito. Egli esiste da sempre e per sempre di un esistenza immutabile. Egli è Colui che è, come egli disse: “Prima di Abramo Io Sono”. Se non lo hai ancora fatto dovresti cominciare a considerare queste parole perché sarà proprio L’Io Sono a giudicarti alla fine dei tempi se non lo riconosci come Salvatore e Signore della tua vita.

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2 Comments

  1. Grazie Omar. Che il Signore continui a benedirti e a guidarti in queste riflessioni bibliche, sia per l’edificazione dei credenti che per la salvezza di chi ancora non conosce il nostro amato Signore e Salvatore, Gesù Cristo.

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