La promessa adempiuta Atti degli apostoli - Episodio 37

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Questo articolo è la parte 37 di 44 nella serie Atti degli apostoli

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«Azione di disturbo

Di fronte ad una scelta»


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Essi, passando oltre Perga, giunsero ad Antiochia di Pisidia; ed entrati di sabato nella sinagoga, si sedettero. Dopo la lettura della legge e dei profeti, i capi della sinagoga mandarono a dir loro: «Fratelli, se avete qualche parola di esortazione da rivolgere al popolo, ditela».
Allora Paolo si alzò e, fatto cenno con la mano, disse:
«Israeliti, e voi che temete Dio, ascoltate. Il Dio di questo popolo d’Israele scelse i nostri padri, fece grande il popolo durante la sua dimora nel paese di Egitto, e con braccio potente lo trasse fuori. E per circa quarant’anni sopportò la loro condotta nel deserto. Poi, dopo aver distrutto sette nazioni nel paese di Canaan, distribuì loro come eredità il paese di quelle. Dopo queste cose, per circa quattrocentocinquant’anni, diede loro dei giudici fino al profeta Samuele. In seguito chiesero un re; e Dio diede loro Saul, figlio di Chis, della tribù di Beniamino, per un periodo di quarant’anni. Poi lo rimosse, e suscitò loro come re Davide, al quale rese questa testimonianza:
“Io ho trovato Davide,
figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore, che eseguirà ogni mio volere”.
Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio ha suscitato a Israele un salvatore nella persona di Gesù. Giovanni, prima della venuta di lui, aveva predicato il battesimo del ravvedimento a tutto il popolo d’Israele. E quando Giovanni stava per concludere la sua missione disse: “Che cosa pensate voi che io sia? Io non sono il Messia; ma ecco, dopo di me viene uno, al quale io non sono degno di slacciare i calzari”.
Fratelli miei, figli della discendenza d’Abraamo, e tutti voi che avete timor di Dio, a noi è stata mandata la Parola di questa salvezza. Infatti gli abitanti di Gerusalemme e i loro capi non hanno riconosciuto questo Gesù e, condannandolo, adempirono le dichiarazioni dei profeti che si leggono ogni sabato. Benché non trovassero in lui nulla che fosse degno di morte, chiesero a Pilato che fosse ucciso. Dopo aver compiuto tutte le cose che erano scritte di lui, lo trassero giù dal legno, e lo deposero in un sepolcro. Ma Dio lo risuscitò dai morti; e per molti giorni egli apparve a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, i quali ora sono suoi testimoni davanti al popolo.
E noi vi portiamo il lieto messaggio che la promessa fatta ai padri, Dio l’ha adempiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche è scritto nel salmo secondo:
“Tu sei mio Figlio,
oggi io t’ho generato”.
Siccome lo ha risuscitato dai morti, in modo che non abbia più a tornare alla decomposizione, Dio ha detto così:
“Io vi manterrò le sacre e fedeli promesse fatte a Davide”.
Difatti egli dice altrove:
“Tu non permetterai che il tuo Santo subisca la decomposizione”.
Or Davide, dopo aver eseguito il volere di Dio nella sua generazione, si è addormentato, ed è stato unito ai suoi padri, e il suo corpo si è decomposto; ma colui che Dio ha risuscitato, non ha subìto decomposizione.

(Atti 13:14-37 – La Bibbia)
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Indice generale della serie sugli Atti degli apostoli

I cristiani di oggi hanno molto da imparare dalla strategia missionaria della chiesa del primo secolo. Infatti è evidente che quei credenti, guidati dallo Spirito Santo, hanno adottato una certa logica nel portare il messaggio cristiano partendo da Gerusalemme per arrivare al resto del mondo.

Innanzitutto, Ad Antiochia di Pisidia, come avevano anche fatto nelle città visitate in precedenza (si legga At 13:5), Paolo e Barnaba si erano recati nella sinagoga ebraica perché era il posto più logico dove recarsi a parlare del Messia promesso agli Ebrei!La diffusione delle sinagoghe nei secoli immediatamente precedenti la venuta di Gesù Cristo fu un grande vantaggio per la diffusione del messaggio cristiano. Era da lì che bisognava assolutamente cominciare se si volevano raggiungere poi anche i pagani. Infatti sarebbe stato molto più complicato predicare il vangelo di Gesù Cristo ai pagani se non ci fosse stato il “ponte” delle sinagoghe che erano una testimonianza del Dio di Israele in mezzo agli altri popoli. Il Dio di Israele era, d’altra parte, anche l’unico vero Dio e quindi era anche il Dio degli altri popoli! Le sinagoghe erano quindi come un seme piantato nel cuore del paganesimo, un seme che avrebbe portato il suo frutto più bello proprio con la venuta di Gesù il Messia.

Paolo e Barnaba parteciparono quindi all’incontro nella sinagoga e approfittarono dell’invito che normalmente veniva fatto ai fratelli forestieri per condividere una parola di esortazione con i loro fratelli Ebrei. Ispirandosi in qualche modo allo stile di Stefano in At 7, Paolo introdusse Gesù inserendolo con continuità nella storia di Israele. Egli ricordò brevemente la scelta di Dio nel formare il popolo di Israele portandolo fuori dall’Egitto per condurlo nel paese di Canaan e, dopo aver accennato al periodo dei Giudici, e al regno di Saul, Paolo introdusse l’argomento principale del suo discorso, la dinastia davidica e la realizzazione delle promesse fatte a Davide. Infatti tutti gli Ebrei conoscevano il Re Davide, l’uomo secondo il cuore di Dio, l’uomo da cui sarebbe disceso il Messia e la buona notizia era che finalmente Dio aveva adempiuto la promessa fatta a Davide suscitando in Israele un salvatore proprio nella persona di Gesù, discendente di Davide. Tale salvatore, come profetizzato anche da Malachia (Malachia 3:1), era stato anticipato da un uomo, Giovanni Battista, che aveva invitato il popolo a ravvedersi per prepararsi ad incontrare il proprio messia.

Nelle parole di Paolo non scorgiamo alcun desiderio di rottura con i propri fratelli né una presa di distanza da loro ma, adottando la strategia migliore, egli partì da ciò che aveva in comune con i suoi fratelli ebrei per annunciare nel modo più logico possibile il messaggio di Gesù Cristo che per sua natura, essendo il Messia stato promesso agli Ebrei, era indirizzato principalmente proprio agli Ebrei! Il suo atteggiamento non fu di giudizio, ma fu assolutamente inclusivo nei confronti dei suoi uditori nel tentativo di coinvolgerli e farli sentire come destinatari privilegiati di quel messaggio! Si rivolse quindi a coloro che erano figli della discendenza d’Abramo e a tutti coloro che avevano timor di Dio per invitarli a considerare che erano proprio loro i destinatari del messaggio di salvezza in Gesù il Messia.

Un altro elemento interessante nel messaggio di Paolo fu il modo in cui non nascose un’informazione che poteva sembrare negativa per il suo messaggio, anzi egli sottolineò che proprio gli abitanti di Gerusalemme e i loro capi , quelli quindi che vivevano nel cuore del sistema giudaico, non avevano riconosciuto Gesù, la qual cosa poteva sembrare strana a coloro che frequentavano la sinagoga in Antiochia di Pisidia. Perché avrebbero dovuto credere in Gesù se persino i capi di Gerusalemme non avevano creduto? Ma Paolo anticipò quell’obiezione sottolineando anche che la sofferenza e la morte di Gesù, benché voluta ed eseguita da uomini, era l’adempimento di ciò che Dio aveva stabilito e anticipato proprio attraverso i profeti che loro stessi leggevano ogni sabato nella loro sinagoga. In qualche modo quindi Paolo stava quindi dimostrando di aver “fatto i compiti a casa” e stava dando a quelle persone elementi verificabili nelle scritture per superare le loro eventuali obiezioni.

Ma questo avrebbe portato alla medesima obiezione che i Giudei avevano già fatta a Gesù stesso. Non era scritto che il Messia doveva vivere e regnare per sempre? Ecco quindi che Paolo risolve anche questa possibile obiezione introducendo la risurrezione di Gesù, l’elemento che rende compatibile la morte di Gesù con il suo Regno eterno!

Nella parte finale del suo messaggio, Paolo insistette proprio sulla risurrezione come elemento fondamentale, citando in particolare due salmi. La citazione dal Salmo 2 evidenziava che tale salmo non si riferiva solo a Davide ma alla sua discendenza ed in particolare a Gesù che era proprio figlio di Davide e figlio di Dio che era stato Unto come Re di Israele e che avrebbe dominato sulle nazioni stabilendo un regno eterno come anche profetizzato da Daniele (Vedi Da 7:13-14). Affinché ciò fosse possibile il Messia non poteva rimanere nella tomba e Paolo, come aveva fatto Pietro prima di lui (vedi At 2) citò il Salmo 16 come evidenza. Infatti le parole di Davide dovevano avere un valore profetico e potevano essere applicate non solo a sé stesso (Dio gli aveva salvato più volte la vita) ma, a maggior ragione, dovevano essere applicate al suo discendente più illustre, quello che si sarebbe seduto per sempre sul suo trono, il Messia figlio di Davide che il Signore aveva addirittura risuscitato dai morti affinché potesse vivere e regnare per sempre! Alla fine, Davide era comunque morto e il suo corpo si era certamente decomposto, ma Gesù era risorto prima che il suo corpo si decomponesse per non morire mai più!

A quel punto, il messaggio di Paolo si concluse con l’esortazione a credere in Gesù per essere perdonati e giustificati completamente dai propri peccati, esortazione sulla quale ci soffermeremo nella prossima sezione.

Come dicevo all’inizio, la strategia missionaria di Paolo e Barnaba li aveva portati a scegliere il posto giusto dove cominciare a parlare di Gesù ed anche il loro messaggio era strutturato con una certa logica, evidenziando i punti salienti ed anticipando le possibili obiezioni, con l’obiettivo di portare nel più breve tempo possibile i propri interlocutori a considerare seriamente il messaggio del vangelo di Gesù come autentico.

Il messaggio fu presentato come l’adempimento della promessa di Dio fatta ad Israele e in particolare la realizzazione delle promesse fatte a Davide. Solo persone che conoscevano tali promesse erano in grado di comprendere quel linguaggio. In altre occasioni vedremo che Paolo, pur parlando del medesimo Gesù, non trovandosi di fronte ad un uditorio di Ebrei, utilizzerà modi diversi per presentare la salvezza.

Non sempre oggi noi cristiani mostriamo la stessa saggezza nel presentare il vangelo. Talvolta ci indirizziamo alle persone senza tenere conto della loro estrazione sociale, della loro cultura, della loro religione, del loro vissuto e talvolta finiamo per dare risposte a persone che in effetti non hanno nemmeno compreso le domande. Altre volte finiamo per essere inutilmente polemici senza sforzarci di comprendere il nostro interlocutore.

Abbiamo bisogno di presentare il vangelo di Gesù a tutti gli uomini ma per farlo dobbiamo chiedere a Dio di darci l’intelligenza necessaria affinché possiamo essere strumenti utili nelle sue mani per la salvezza dei nostri interlocutori.

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