La storia è maestra di vita Atti degli apostoli - Episodio 18

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Questo articolo è la parte 18 di 32 nella serie Atti degli apostoli

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«Faccia d’angelo

Viva il vitello d’oro!»


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Egli rispose:
«Fratelli e padri, ascoltate. Il Dio della gloria apparve ad Abraamo, nostro padre, mentr'egli era in Mesopotamia, prima che si stabilisse in Carran, e gli disse: "Esci dal tuo paese e dal tuo parentado, e va' nel paese che io ti mostrerò". Allora egli lasciò il paese dei Caldei, e andò ad abitare in Carran; e di là, dopo che suo padre morì, Dio lo fece venire in questo paese, che ora voi abitate.
In esso però non gli diede in proprietà neppure un palmo di terra, ma gli promise di darla in possesso a lui e alla sua discendenza dopo di lui, quando egli non aveva ancora nessun figlio. Dio parlò così: "La sua discendenza soggiornerà in terra straniera, e sarà ridotta in schiavitù e maltrattata per quattrocento anni. Ma io giudicherò la nazione che avranno servita", disse Dio; "e dopo questo essi partiranno e mi renderanno il loro culto in questo luogo". Poi gli diede il patto della circoncisione; così Abraamo, dopo aver generato Isacco, lo circoncise l'ottavo giorno; e Isacco generò Giacobbe, e Giacobbe i dodici patriarchi.
I patriarchi, portando invidia a Giuseppe, lo vendettero, perché fosse condotto in Egitto; ma Dio era con lui, e lo liberò da ogni sua tribolazione, e gli diede sapienza e grazia davanti al faraone, re d'Egitto, che lo costituì governatore dell'Egitto e di tutta la sua casa.
Sopraggiunse poi una carestia in tutto l'Egitto e in Canaan; l'angoscia era grande, e i nostri padri non trovavano viveri. Giacobbe, saputo che in Egitto c'era grano, vi mandò una prima volta i nostri padri. La seconda volta, Giuseppe fu riconosciuto dai suoi fratelli, e così il faraone venne a sapere di che stirpe fosse Giuseppe. Poi Giuseppe mandò a chiamare suo padre Giacobbe e tutta la sua parentela, composta di settantacinque persone. Giacobbe discese in Egitto, dove morirono lui e i nostri padri; poi furono trasportati a Sichem, e deposti nel sepolcro che Abraamo aveva comprato con una somma di denaro dai figli di Emmor in Sichem.
Mentre si avvicinava il tempo del compimento della promessa fatta da Dio ad Abraamo, il popolo crebbe e si moltiplicò in Egitto, finché sorse sull'Egitto un altro re, che non sapeva nulla di Giuseppe. Costui, procedendo con astuzia contro il nostro popolo, maltrattò i nostri padri, fino a costringerli ad abbandonare i loro bambini, perché non fossero lasciati in vita.

(Atti 7:2-19 – La Bibbia)
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Indice generale della serie sugli Atti degli apostoli

A volte penso ai cristiani sparsi per il mondo che vengono perseguitati a causa della loro fede. Essi potrebbero rinnegare la loro fede per salvarsi la vita, eppure preferiscono onorare il loro Dio facendosi uccidere pur di non rinnegarlo.

Sarei in grado di fare una cosa simile? No, non con le mie forze, ma lo Spirito Santo è in grado di fare ciò che io non posso fare ed egli mi fortificherà nel momento in cui mi dovessi trovare in una situazione del genere, proprio come fece con Stefano quel giorno davanti al sinedrio.

Le accuse ricevute erano gravi, false ma gravi. Una persona intelligente come Stefano aveva sicuramente capito che, se le accuse di blasfemia fossero state confermate, egli non avrebbe evitato la pena di morte. Ma il Signore gli diede il coraggio di non badare alle conseguenze e di dire esattamente ciò che era necessario.

Egli avrebbe potuto approfittare per parlare di Gesù il Messia risorto come aveva fatto Pietro nel sinedrio prima di lui (At 4:8-12) e avrebbe potuto spiegare che c'era stato un equivoco e che il suo scopo non era certamente quello di essere blasfemo. Ma Stefano, guidato dal Signore, scelse di saltare quella fase e di arrivare direttamente al nocciolo della questione. Stefano sapeva cosa era accaduto a Gesù prima di lui di fronte al sinedrio e sapeva che tutti i segni e prodigi fatti da Gesù non erano serviti a fare cambiare idea a quegli uomini. Non c'erano riusciti neanche i miracoli compiuti attraverso gli apostoli e, in quel momento, era evidente che non c'era riuscito nemmeno Stefano stesso nonostante le opere potenti e la sapienza con la quale Dio aveva accompagnato la sua predicazione.

Stefano sapeva che quegli uomini si stavano comportando proprio come molti Israeliti prima di loro. Come si sa, la storia è maestra di vita, e la storia era piena di esempi che dimostravano come Dio si fosse sempre preso cura di Israele mantenendo fede alle sue promesse mentre il popolo, ed in particolare la sua classe dirigente, aveva spesso disprezzato le soluzioni e gli uomini che Dio aveva mandato loro.

Non stava avvenendo quindi nulla di nuovo e Stefano, guidato dal Signore, fece un ultimo tentativo per portarli a riflettere sulle proprie azioni proprio alla luce della storia di Israele, attraverso l'esame di alcuni episodi cruciali che evidenziavano quello schema di comportamento ripetitivo.

Il punto di partenza non poteva che essere la chiamata di Dio nei confronti di Abramo. Tutti sapevano che quello era il punto fondamentale da cui partire, un punto comune a tutti gli Ebrei, sia quelli che avevano creduto in Gesù, sia quelli che non credevano, perché Abramo era il padre di tutti loro.

Stefano confermò di credere nella vocazione di Abramo e nella centralità della terra promessa ma ricordò anche ai suoi ascoltatori che Abramo mentre era in vita non aveva ricevuto neanche un palmo di terra come proprietà nella terra promessa. Infatti il piano di Dio era piuttosto elaborato e i discendenti di Abramo prima di ereditare la terra promessa, sarebbero stati schiavi per quattrocento anni! Dio diede il patto della circoncisione ad Abramo dopo avergli fatto le promesse e Abramo si attenne a quel patto e credette a Dio, anche se non aveva ancora visto le promesse di Dio realizzarsi.

Le generazioni seguenti non seguirono le orme del loro padre Abramo con fedeltà… Ad esempio, già i figli di Giacobbe, i capostipiti delle tribù di Israele, dimostrarono perfidia nei confronti di Giuseppe loro fratello, eppure Dio si mostrò pieno di grazia nei loro confronti utilizzando la presenza di Giuseppe in Egitto per preservare in vita Giacobbe e i suoi discendenti.

Tutti i figli di Giacobbe morirono e furono sepolti in Sichem senza che la terra promessa ad Abramo venisse in loro possesso, ma intanto il popolo di Israele continuava a crescere in numero secondo la promessa fatta ad Abramo (Ge 15:5, 22:7).

A quel punto Stefano ricordò ai suoi interlocutori che la mano degli Egiziani diventò pesante con il popolo di Israele al punto da obbligarli a lasciare morire i propri figli maschi. La sopravvivenza del popolo di Israele era quindi in pericolo, ma ancora una volta Dio sarebbe intervenuto nella sua fedeltà e lo avrebbe fatto attraverso il protagonista della prossima sezione del racconto, Mosè.

Come dicevamo, la storia è maestra di vita e questa prima parte del racconto di Stefano comincia ad evidenziare lo schema che poi si sarebbe ripetuto nelle generazioni successive, uno schema che avrebbe dovuto far riflettere coloro che stavano giudicando Stefano.
Infatti Dio aveva fatto una promessa ad Abramo e, anche se erano passate diverse generazioni senza che la promessa di Dio si realizzasse in maniera completa, era evidente il modo in cui Dio stava vigilando sul suo popolo. Anche quando i figli di Giacobbe si erano comportati con cattiveria nei confronti del loro fratello Giuseppe, Dio aveva continuato a prendersi cura di loro e lo aveva fatto proprio attraverso colui che loro avevano disprezzato. Come vedremo, questo schema si sarebbe ripetuto ancora nei secoli successivi e Stefano sapeva che in particolare si stava ripetendo proprio in quel periodo nei confronti di Gesù e dei suoi discepoli.

Nei prossimi episodi continueremo a seguire il ragionamento di Stefano, ma intanto riflettiamo anche noi sul valore della storia, in particolare della storia biblica, per imparare qualcosa dal percorso di coloro che ci hanno preceduto e dal modo in cui Dio ha sempre agito con fedeltà.

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