Una parola scomoda


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Allora Amasia, sacerdote di Betel, mandò a dire a Geroboamo, re d’Israele:
«Amos congiura contro di te in mezzo alla casa d’Israele;
il paese non può sopportare tutte le sue parole.
Amos, infatti, ha detto: “Geroboamo morirà di spada
e Israele sarà condotto in esilio lontano dal suo paese”».
Poi Amasia disse ad Amos: «Veggente, vattene, fuggi nel paese di Giuda;
mangia il tuo pane laggiù e là profetizza;
ma a Betel non profetizzare più, perché è santuario del re e residenza reale».
Allora Amos rispose: «Io non sono profeta, né figlio di profeta;
sono un mandriano e coltivo i sicomori.
Il SIGNORE mi prese mentre ero dietro al gregge e mi disse:
“Va’, profetizza al mio popolo, a Israele”.
Ora ascolta la parola del SIGNORE.
Tu dici: “Non profetizzare contro Israele e non predicare contro la casa d’Isacco!”
Ebbene, così dice il SIGNORE: “Tua moglie si prostituirà nella città,
i tuoi figli e le tue figlie saranno uccisi con la spada,
il tuo paese sarà spartito con la cordicella,
tu stesso morirai su terra impura
e Israele sarà certamente condotto in esilio, lontano dal suo paese”».
(Amos 7:10-17 – La Bibbia)

ho suscitato dei profeti tra i vostri figli
e dei nazirei tra i vostri giovani.
Non è forse così, o figli d’Israele?» dice il SIGNORE.
«Ma voi avete dato da bere del vino ai nazirei
e avete ordinato ai profeti di non profetizzare!

(Amos 2:11-12)
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Le parole di Amos erano sgradevoli alle orecchie del re Geroboamo e di tutto Israele perché Amos aveva denunciato senza mezzi termini la corruzione presente a tutti i livelli nella società del regno di Israele.

Amos aveva detto semplicemente la verità, ma si trattava di una verità scomoda. Egli li aveva avvertiti circa l’esilio che li avrebbe attesi (Am 6:7-8) perché Dio li stava giudicando per la loro corruzione.

Leggendo il libro di Amos si ha proprio l’impressione di una società corrotta e indolente che non è più in grado di riconoscere il proprio peccato. Essi pensavano di potersela cavare e sottovalutavano gli avvertimenti dei profeti, compresi quelli di Amos.

Amasia, un sacerdote che esercitava a Betel, centro di culto importante per il regno del nord di Israele, si era stancato di ascoltare le parole di Amos. Come gli altri in Israele, anche Amasia pensava che bastasse far tacere Amos per risolvere il problema. Egli, infastidito dal messaggio di Amos, lo invitò ad andare a profetizzare a casa sua, in Giuda. Perché non li lasciava in pace? Perché Amos si era preso la briga di andare a Betel a denunciare qualcosa che, secondo Amasia, non lo riguardava? Perché Amos non si “faceva i fatti suoi”?

La risposta di Amos è la risposta di un uomo che non ha scelto di fare il profeta per mestiere ma si trova a profetizzare perché Dio glielo ha comandato.
Anche se Amos tacesse, il destino di Amasia e della sua famiglia e quello del resto di Israele non sarebbe cambiato!

Se ci pensiamo bene, l’invio di profeti per avvertire il suo popolo è un atto d’amore da parte di Dio. Ma quasi sempre, nella storia di Israele, i profeti sono stati disprezzati proprio come Amos.

La cosa non dovrebbe stupirci troppo perché in fondo siamo così anche noi.

Fa sempre piacere ascoltare parole rassicuranti e confortanti. Se poi qualcuno ci fa addirittura dei complimenti, la cosa è ancora più gradita. Quando però qualcuno ci fa notare un nostro difetto o un nostro atteggiamento sbagliato e ci fa capire che dobbiamo cambiare qualcosa nella nostra vita, le cose sono ben diverse. La verità quando è scomoda ci fa male.

Quando ci troviamo davanti persone come Amos che ci dicono parole vere che però non vorremmo sentire, ci viene da pensare: “Ma questo deve venire proprio qui a dire queste cose”?

È facile far tacere chi ci sta dicendo una cosa che non ci piace. È facile trovare tante scuse e trovare a nostra volta dei difetti nel nostro interlocutore, accusandolo di agire per interesse personale e non per amore della verità. Ma, quando Dio manda qualcuno a dirci la verità, per quanto scomoda, dobbiamo imparare a superare il senso di fastidio che ci procura la sua parola e dobbiamo invece cogliere l’occasione per riflettere sulla nostra condizione.

Che Dio ci dia la grazia di saper comprendere quando la parola che ci viene rivolta, per quanto scomoda, è una parola che viene da Lui. A quel punto non ci resta che prenderne atto e riconoscere i nostri eventuali errori prima che sia troppo tardi.

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