Perseguitati per la fede

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Quando Daniele seppe che il decreto era firmato, andò a casa sua; e, tenendo le finestre della sua camera superiore aperte verso Gerusalemme, tre volte al giorno si metteva in ginocchio, pregava e ringraziava il suo Dio come era solito fare anche prima.
Allora quegli uomini accorsero in fretta e trovarono Daniele che pregava e invocava il suo Dio.
Poi si recarono dal re e gli ricordarono il divieto reale: «Non hai tu decretato che chiunque per un periodo di trenta giorni farà una richiesta a qualsiasi dio o uomo tranne che a te, o re, sia gettato nella fossa dei leoni?» Il re rispose e disse: «Così ho stabilito secondo la legge dei Medi e dei Persiani, che è irrevocabile». Allora quelli ripresero la parola e dissero al re: «Daniele, uno dei deportati dalla Giudea, non tiene in nessun conto né te, né il divieto che tu hai firmato, o re, ma prega il suo Dio tre volte al giorno».
(Daniele 6:10-13 – La bibbia)

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Come reagiremmo se una legge dello stato ci impedisse di vivere la nostra fede liberamente? Questa domanda non è poi tanto campata in aria, considerando che in molti paesi del mondo i cristiani sono già sottoposti a parecchie restrizioni e sono già considerati in qualche modo dei “fuorilegge”.

Daniele si trovò davanti al divieto di pregare il Signore. A qualcuno potrà sembrare poca cosa. In fondo, si trattava di cessare di pregare per soli trenta giorni. Valeva la pena rischiare la vita per così poco? Inoltre, Daniele avrebbe potuto almeno chiudere la finestra, utilizzando una forma di preghiera meno visibile agli altri. D’altra parte non c’era nessun obbligo di aprire la finestra e rivolgersi verso Gerusalemme. In fondo Dio lo avrebbe ascoltato lo stesso, no?

Ma l’atteggiamento di Daniele è molto incoraggiante anche per noi. Ci mostra come il credente che ha fiducia nel suo Dio, non ha motivo di accettare compromessi quando si tratta della sua fede.

Daniele non stava facendo nulla di male. Pregava rivolto verso la sua città, probabilmente pensando alle promesse di Dio verso di essa. Per Daniele, la preghiera in vari momenti della giornata era una cosa normale, una disciplina regolare. Per lui smettere di pregare sarebbe stato come smettere di respirare. Non aveva nessuna intenzione di rinunciarvi e non vedeva alcun valido motivo per farlo.

Così, Daniele continuò a fare esattamente ciò che aveva fatto fino a quel momento, dimostrando ai suoi oppositori di non aver paura di loro. Preferiva morire per essere stato devoto al proprio Dio che vivere nella vergogna di aver assecondato un divieto ingiusto.

Inoltre, Daniele aveva sicuramente intuito che quella trappola era stata preparata apposta per lui. Cosa avrebbe dovuto fare? I suoi avversari erano convinti che lui non avrebbe accettato nessun compromesso. Il miglior modo di essere un buon testimone fu quello di confermare la loro convinzione, lasciando che realizzassero il loro piano.

Nel brano si nota che Daniele, il perseguitato, era più tranquillo dei suoi persecutori. Il loro desiderio di farlo fuori li pressava al punto che si misero a spiarlo per vedere il suo comportamento, e corsero a denunciarlo il prima possibile. Mentre il giusto vive la pace che Dio gli dona, coloro che meditano il male sono agitati dalle loro passioni che non li lasciano tranquilli.

Mi chiedo come ci saremmo comportati noi al posto di Daniele. Avremmo accettato un piccolo compromesso per trenta giorni pur di salvarci la pelle? O ne avremmo approfittato, come lui ha fatto, per rendere una testimonianza ancora più grande ai nostri nemici? Avremmo trovato la serenità nell’ubbidire a Dio?

Questo brano mi ha fatto riflettere molto sul valore che noi diamo alla preghiera, al tempo che possiamo dedicare al nostro rapporto con Dio. Quanti di noi sarebbero pronti a rischiare per mantenere questa disciplina?

Gli avversari di Daniele sapevano che potevano avere la meglio su di lui solo mettendo la sua fede in contrasto con la loro legge. Si può dire lo stesso di noi?

Non c’è cosa più triste che osservare che la maggior parte di noi non ha bisogno di essere perseguitato per smettere di pregare, di testimoniare, di ubbidire. A volte diamo così poco valore al nostro rapporto con Dio che non c’è bisogno di alcun impedimento per fermarci.

Mi sorge  un dubbio…  Forse non siamo perseguitati per la fede perché, in fondo, la nostra fede non dà fastidio a nessuno? Siamo talmente inefficaci nella nostra battaglia spirituale che il diavolo non ha nulla da temere?

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