Pietà o vanità?


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Nel suo insegnamento Gesù diceva: «Guardatevi dagli scribi,
che amano passeggiare in lunghe vesti,
ed essere salutati nelle piazze,
e avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti;
essi che divorano le case delle vedove
e fanno lunghe preghiere per mettersi in mostra.
Costoro riceveranno una maggior condanna».
(Marco 12:38-40 – La Bibbia)

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Leggendo gli evangeli si nota che una delle cose che disgustava di più Gesù era l’ipocrisia religiosa.

Più volte nei racconti evangelici Gesù condanna l’atteggiamento dei religiosi più in vista dell’epoca, che mostravano una pietà esteriore che non aveva una corrispondenza interiore.

L’accusa di Gesù è chiara: quelle persone amavano dare di sé un’impressione di elevata religiosità e amavano godere del riconoscimento che ciò comportava nella loro società, ma il loro comportamento evidenziava due problemi.

Il primo problema era la loro incoerenza, infatti il loro amore per la legge di Dio veniva smentito dalla loro pratica. La frase di Gesù secondo cui quei tali “divoravano le case delle vedove” era un’accusa molto precisa che gettava cattiva luce sulla loro vera osservanza della legge.

Infatti tra i comandamenti più noti delle scritture ebraiche emerge proprio l’obbligo per l’Israelita fedele di tutelare le fasce più deboli della società, spesso indicate con la frase “lo straniero, l’orfano e la vedova”.

Ad esempio, se si prestava qualcosa ad una persona povera non si poteva tenere nulla in pegno oltre la fine della giornata, proprio per non appesantire la vita di chi già si trovava nel bisogno. Inoltre era specificato, in particolare che non bisognava calpestare il diritto dello straniero e dell’orfano e non si doveva prendere in pegno i vestiti di una vedova (De 24:17).

Quando si raccoglieva, parte del raccolto doveva essere lasciato proprio per i poveri e gli stranieri.

Ciò che Gesù denuncia con la sua frase è, in fondo, ciò che già i profeti avevano denunciato diversi secoli prima (es. Is 10:2, Ez 22:7) ovvero che le classi abbienti, compresi i leader religiosi, infrangevano questi comandamenti, opprimendo le classi più povere e deboli. La loro pietà era quindi grande a parole ma veniva smentita nei fatti.

Il secondo problema era l’esteriorità della loro religione, infatti ciò che facevano serviva a mettersi in mostra di fronte agli uomini, più che ad essere ben accetti agli occhi di Dio. Le loro preghiere erano lunghe proprio perché gli altri si potessero stupire della loro eloquenza. la loro pietà era nient’altro che vanità.

Per questi motivi, Gesù li addita come coloro che riceveranno una maggior condanna; in sostanza è meglio non essere religiosi per nulla che essere devoti solo in apparenza.

Sarebbe troppo facile leggere questo brano solo per associarsi a Gesù nel criticare quegli scribi.
Ma sarebbe anche inutile.

In questi versi vedo piuttosto una minaccia che incombe sulla mia vita, una minaccia dalla quale devo imparare a guardarmi le spalle. Non corro io lo stesso pericolo di quegli scribi?

C’è un aspetto che è sotto gli occhi di tutti, ciò che gli altri vedono di me; ma c’è qualcosa che può vedere solo Dio: le mie motivazioni, le mie intenzioni e la mia pratica quotidiana.

La tentazione di fare cose buone con le motivazioni sbagliate (per mettersi in mostra) è sempre alla porta. Così come è difficile non avere a che fare con la tentazione di parlare bene e camminare male, parlando bene della parola di Dio ma non mettendola in pratica.

Non dobbiamo credere di essere al di sopra di queste cose, perché quando pensiamo di essere piuttosto stabili sui nostri piedi, ecco che siamo meno attenti e rischiamo di scivolare.

Dobbiamo essere onesti con noi stessi e riconoscere che questi pericoli sono reali.
Se siamo abbastanza umili da rendercene conto, possiamo chiedere al Signore di custodire il nostro cuore affinché ciò che siamo all’esterno sia reale anche dentro di noi, e ciò che diciamo agli altri siamo pronti a farlo noi per primi.

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