Quando la tristezza è utile

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Anche se vi ho rattristati con la mia lettera,
non me ne rincresce;
e se pure ne ho provato rincrescimento
(poiché vedo che quella lettera, quantunque per breve tempo, vi ha rattristati),
ora mi rallegro, non perché siete stati rattristati,
ma perché questa tristezza vi ha portati al ravvedimento;
poiché siete stati rattristati secondo Dio,
in modo che non aveste a ricevere alcun danno da noi.
Perché la tristezza secondo Dio produce un ravvedimento che porta alla salvezza,
del quale non c’è mai da pentirsi;
ma la tristezza del mondo produce la morte.
Infatti, ecco quanta premura ha prodotto in voi questa vostra tristezza secondo Dio,
anzi, quante scuse, quanto sdegno, quanto timore, quanto desiderio, quanto zelo, quale punizione!
In ogni maniera avete dimostrato di essere puri in questo affare.

(2Corinzi 7:8-11 – La Bibbia)

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Un credente non vorrebbe mai rattristare gli altri con le proprie parole, ma ci sono delle occasioni in cui è necessario utilizzare parole energiche per avvertire il prossimo di un pericolo di cui lui non si rende conto.

Le parole che abbiamo letto dimostrano che l’apostolo Paolo si trovò in una situazione simile con la chiesa di Corinto.

Per qualche ragione aveva dovuto usare, con loro, parole dure in una sua precedente lettera, e non lo aveva fatto volentieri. Infatti, egli aveva provato dispiacere quando seppe che le sue parole erano state causa di tristezza, ma sapeva di aver fatto la cosa giusta. Ne ebbe la dimostrazione quando vide che la tristezza dei Corinzi aveva prodotto un genuino ravvedimento, visibile nel loro modo di comportarsi. La loro reazione aveva prodotto grande gioia nell’apostolo.

Il sentimento dell’apostolo Paolo ricorda quello di un padre che non è contento di sgridare i suoi figli in maniera aspra, ma è costretto a farlo quando vede che il loro atteggiamento li mette in pericolo.

Il peccato è in grado di fare grandi danni nella vita delle persone e le porta sempre più lontane da Dio. C’è bisogno di persone come l’apostolo Paolo che abbiano il coraggio di avvertire del pericolo che incombe, che non sappiano fare solo complimenti ma sappiano anche esprimere dissenso quando necessario.

Quando qualcuno ci fa notare che stiamo disubbidendo a Dio possiamo reagire con il vittimismo, con l’autodifesa, con comportamenti autolesionistici, con l’amarezza, ma questo è ciò che produce quella che Paolo, in questi versi, chiamò “la tristezza del mondo che produce la morte”. In alcuni casi questo è letteralmente vero, basti pensare a casi di persone che, quando si rendono conto che altri conoscono i loro misfatti, per la paura di affrontare il giudizio, per il rimorso e la vergogna finiscono addirittura con il togliersi la vita.

Lo scopo della riprensione fraterna non è quello di schiacciare e portare alla disperazione! Paolo infatti riuscì nel suo intento, quello di produrre quella che indicò come “tristezza secondo Dio”, una tristezza che porta a ripristinare il proprio rapporto con Dio, confessando il proprio errore e mutando il proprio atteggiamento.

Dalle sue lettere, notiamo che l’apostolo Paolo sapeva utilizzare parole dure quando era necessario ma era anche disposto a perdonare il colpevole quando si ravvedeva. Questo è fondamentale, infatti, affinché la tristezza non uccida ma produca un cambiamento è necessario che chi ha sbagliato sappia che le persone che lo hanno spronato, utilizzando parole dure, sono anche disposte a perdonarlo .

A nessuno piace essere rimproverato, ma quando la riprensione è fatta nel modo giusto, da persone che mostrano amore e disponibilità a perdonare, può portare un buon frutto.

Che Dio ci guidi a trovare il coraggio anche di utilizzare parole energiche quando esse possono aiutare il nostro prossimo. Se le nostre parole produrranno una tristezza che produce un ravvedimento che porta alla salvezza, non dovremo pentirci di averle pronunciate.

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