Quelli che venivano salvati Atti degli apostoli - Episodio 8

Condividi questo articolo su:
Questo articolo è la parte 8 di 27 nella serie Atti degli apostoli

Naviga nella serie

«Che dobbiamo fare?

Nel nome di Gesù»


Novità! --Scarica "Quelli che venivano salvati" come un file PDF! --


Ed erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere. Ognuno era preso da timore; e molti prodigi e segni erano fatti dagli apostoli. Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati.

(Atti 2:42-47 – La Bibbia)
Iscriviti alla newsletter

Ricevi via email i nuovi pensieri

Indice generale della serie sugli Atti degli apostoli

La comunità dei discepoli di Gesù cresceva rapidamente.

In un solo giorno a quei centoventi discepoli si erano aggiunte altre tremila persone e poi il Signore continuava ad aggiungere persone ogni giorno.

I discepoli di Gesù non avevano un nome e non avevano neanche pensato di darselo (che differenza con quanto accade al giorno d’oggi!) ma è bella l’espressione utilizzata da Luca che si riferisce a loro come “quelli che venivano salvati”… Sì, i credenti erano proprio “quelli che venivano salvati” perché non c’erano dubbi sul fatto che coloro che avevano risposto all’appello di Pietro, ravvedendosi con sincerità e cominciando una nuova vita con lo Spirito Santo in loro, venissero salvati perché Dio mantiene le sue promesse. È triste notare che purtroppo, invece di fidarsi delle promesse di Dio, ancora oggi tante religioni paracristiane propongono cammini pseudospirituali che fanno credere ai propri adepti che la salvezza sia qualcosa di complicato e quasi irraggiungibile!

La comunità dei discepoli era caratterizzata dal timore di Dio che, in quella delicata fase iniziale, veniva rafforzato da una presenza speciale del Signore che agiva attraverso segni e prodigi fatti dagli apostoli. Essi erano perseveranti nell’ascolto dell’insegnamento apostolico perché gli apostoli dovevano gettare le basi per far crescere i credenti nella conoscenza del piano di Dio in Gesù Cristo, ma è bello osservare che l‘insegnamento era associato alla perseveranza nella comunione fraterna, infatti essi passavano del tempo insieme, mangiavano insieme, pregavano e rompevano il pane insieme (espressione che potrebbe riferirsi alla condivisione di un pasto ma molti studiosi pensano che si riferisca qui già all’uso del pane e del vino per ricordare Gesù, ciò che poi sarà conosciuto come cena del Signore) e mettevano in comune ciò che avevano con grande generosità gli uni verso gli altri. Essi erano concordi ed erano assidui nel frequentare il tempio dedicandosi alla preghiera e alla lode, con gioia e semplicità di cuore, e questo faceva godere loro del favore di tutto il popolo. I discepoli di Gesù si stavano quindi comportando da Ebrei che erano un modello per gli altri, e l’appoggio del popolo dimostra che il loro comportamento esemplare era la migliore testimonianza che potessero dare ai loro fratelli Ebrei.

Una caratteristica della chiesa di Gerusalemme era la scelta di vendere anche le proprietà e i beni privati per mettere il ricavato a disposizione di tutti, venendo incontro ai bisogni di ciascuno. Fu una scelta piuttosto particolare sulla quale vale la pena riflettere. Infatti si tratta di un comportamento che non ritroveremo nelle altre assemblee fondate altrove dagli apostoli. Nel resto del libro degli Atti e del nuovo testamento gli apostoli esorteranno i credenti ad essere generosi nel venire incontro ai bisogni dei fratelli e saranno istituite collette proprio per questo motivo, ma non insegneranno ai credenti a vendere tutto ciò che hanno per metterlo in comune.

Leggendo Atti 5:4 comprendiamo che anche a Gerusalemme nessuno aveva obbligato i credenti a vendere le proprietà ma coloro che lo facevano agivano in modo volontario. Cosa li spingeva a vendere le proprie case? È un atteggiamento che ci fa comprendere quanto essi avessero preso sul serio le parole di Gesù che aveva avvisato circa la futura distruzione del tempio (Mt 24:2) e aveva fatto riferimento ad una grande tribolazione che avrebbe colpito Gerusalemme e la Giudea prima del suo ritorno (Mt 24:16-34). Essi non potevano sapere quanto tempo sarebbe passato ma si ha la sensazione che considerassero quegli avvenimenti come imminenti per cui vendevano le case per essere pronti a lasciare la città senza troppi legami quando le profezie di Gesù si sarebbero adempiute. In At 8:2 vedremo che, poco tempo dopo, quando scoppiò la persecuzione in Gerusalemme, i credenti si dispersero per le regioni della Giudea e della Samaria e fu certamente più facile farlo senza doversi preoccupare dei beni immobili. Più avanti nel 70 d.c. l’assedio di Gerusalemme da parte di Tito, per mettere fine alla prima guerra giudaica, avrebbe poi distrutto la città. Chi aveva venduto le case già nei decenni precedenti aveva certamente fatto un affare visto che il valore di quelle case si sarebbe poi azzerato, quindi possiamo ben dire che il Signore aveva guidato la chiesa di Gerusalemme nel fare la scelta giusta anche in questo aspetto molto pratico utilizzando per il bene comune risorse che in seguito non avrebbero più avuto alcun valore!

Alla luce di quanto abbiamo letto possiamo ben dire che la prima comunità dei discepoli di Gesù, quelli che venivano salvati e che ancora non erano nemmeno conosciuti con il nome di “cristiani” (cosa che accadrà per la prima volta ad Antiochia in At 11:26) era una comunità di persone viva, persone unite tra loro che vivevano con gioia l’attesa della promessa del ritorno di Gesù Cristo e questo favoriva la loro testimonianza verso gli altri Ebrei. Noi cristiani del ventunesimo secolo possiamo ancora avere un impatto simile nella nostra società se ci amiamo gli uni gli altri come Gesù aveva insegnato. In una società come la nostra basata sull’individualismo, una comunità di cristiani che trasudi amore può ancora attirare il prossimo verso Gesù, più di quanto possano fare tante parole.

----------------------
Se vuoi avere maggiori informazioni sugli argomenti trattati in questo articolo puoi scrivermi a [email protected] Aiutami a diffondere i pensieri di questo blog condividendo sui social newtworks. Grazie
Condividi questo articolo su:
Posted in Pensieri and tagged , , .

Perché non lasci un commento? Saresti utile anche ad altri!