Riprensione e amore

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Non odierai tuo fratello nel tuo cuore;
rimprovera pure il tuo prossimo, ma non ti caricare di un peccato a causa sua.
Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo,
ma amerai il prossimo tuo come te stesso.
Io sono il SIGNORE.

(Levitico 19:17-18 – La bibbia)

E se qualcuno non ubbidisce a ciò che diciamo in questa lettera,
notatelo, e non abbiate relazione con lui, affinché si vergogni.
Però non consideratelo un nemico,
ma ammonitelo come un fratello.

(2Tessalonicesi 3:14-15)
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È sempre difficile trovare il giusto equilibrio quando occorre riprendere qualcuno. In genere si finisce ad uno di questi due estremi entrambi sbagliati: il primo estremo è quello di lasciarsi andare al rancore e trasformare la riprensione in uno sfogo della propria ira che rischia di sfociare in vendetta. L’altro estremo è quello di tacere e non intervenire, facendosi “i fatti propri”.

Sia nella comunità israelitica che in quella cristiana è invece incoraggiata una riprensione equilibrata.

Il brano di Levitico mette in evidenza la necessità di non odiare il proprio fratello nel proprio cuore. L’odio implica un’attività mentale che porta al rancore e alla vendetta.

Ma l’israelita doveva amare il suo prossimo come se stesso, non covare rancore e vendicarsi.

In quale maniera, in questo contesto, si sarebbe manifestato amore verso il prossimo? Riprendendolo con franchezza.

Restare zitti e non riprendere sarebbe equivalso a caricarsi di un peccato, in quanto il silenzio sarebbe equivalso ad un’approvazione. D’altra parte la riprensione aperta avrebbe permesso di mettere in luce il problema e di affrontarlo, portando il caso all’attenzione di coloro che, nella comunità Israelitica, erano preposti al giudizio nel caso in cui fosse stato necessario.

In ogni caso la riprensione aperta avrebbe permesso all’offensore di riflettere e rimediare a ciò che aveva fatto. Anche questo è un gesto d’amore verso il prossimo. Il rancore invece produce vendetta che non dà nessuna possibilità di scampo e non favorisce alcuna riconciliazione.

Il brano di 2 Tessalonicesi presenta principi analoghi per la comunità cristiana. Infatti, tale brano ammette che in alcuni casi è necessaria una azione disciplinare nei confronti di chi ha offeso il Signore e la comunità attraverso la sua disubbidienza a Dio, tuttavia tale riprensione, per quanto ferma e decisa, non deve mai sfociare nell’odio. Nell’ammonire qualcuno occorre ricordarsi che si ha a che fare con un fratello e non con un nemico. La misura disciplinare non ha lo scopo di allontanare il fratello, ma di fargli sentire il peso di ciò che ha fatto (“affinché si vergogni”) in modo che senta il desiderio di essere reintegrato al più presto e in maniera piena nella comunità. La disciplina non deve umiliare l’individuo attraverso un ostracismo ad oltranza, bensì aiutarlo a riflettere affinché possa essere recuperato al più presto. La fermezza e la serietà devono essere guidate dall’amore, non dall’odio.

Questi brani costituiscono una sfida per noi.
Chissà quante volte abbiamo sbagliato lasciando spazio al rancore piuttosto che al desiderio di ristabilire un buon rapporto. Sicuramente l’equilibrio tra la necessità di riprendere in maniera ferma e la necessità di manifestare amore non è facile da trovare. Per farlo, abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio, dell’aiuto di colui che è maestro nel riprendere con giustizia e amore.

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