Vita, morte e gioia


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Cristo sarà glorificato nel mio corpo,
sia con la vita, sia con la morte. 
Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno. 
Ma se il vivere nella carne porta frutto all’opera mia,
non saprei che cosa preferire. 
Sono stretto da due lati:
da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo,
perché è molto meglio; 
ma, dall’altra, il mio rimanere nel corpo
è più necessario per voi.

(Filippesi 1:20-24  – La Bibbia )

Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute,  perché siate irreprensibili e integri, figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo,
tenendo alta la parola di vita, in modo che nel giorno di Cristo io possa vantarmi di non aver corso invano, né invano faticato. Ma se anche vengo offerto in libazione sul sacrificio e sul servizio della vostra fede, ne gioisco e me ne rallegro con tutti voi; e nello stesso modo gioitene anche voi e rallegratevene con me.
(Filippesi 2:14-18)

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Sono tante le cose che possono darci gioia nella vita, ma tra queste è difficile includere l’epilogo della vita su questa terra, ovvero la morte.  Quando si parla di morte ci viene più naturale farci prendere dalla tristezza.

Infatti, in queste parole dell’apostolo Paolo troviamo un approccio alla vita e alla morte alla quale non siamo abituati. In un certo senso, per Paolo, vivere o morire non faceva alcuna differenza.

Si trovava in carcere e non sapeva se  lo avrebbero liberato o condannato. Ma, in entrambi i casi, vita o morte, lui avrebbe onorato Cristo. Paolo vedeva la vita come un’opportunità per continuare a servire Cristo, essendo utile agli altri, in particolare ai Filippesi a cui stava scrivendo, ma si rendeva conto, anche, che la morte lo avrebbe portato ad entrare nell’eternità, alla presenza di Dio, senza più problemi, senza più persecuzioni, senza più lacrime. In tal senso egli vedeva la morte come un guadagno.

Mi ha colpito molto l’atteggiamento di Paolo. L’unica cosa che lo interessava davvero era la salute spirituale di coloro che si erano convertiti grazie al suo servizio. Nel caso in cui essi avessero continuato ad essere “irreprensibili e integri”, in modo da rendere buona testimonianza nel mondo, come una luce che splende nelle tenebre,  Paolo sarebbe andato incontro alla morte con serenità, con la certezza di non aver “corso invano, né invano faticato”.

Nei sacrifici prescritti nella legge levitica, la libazione era una offerta liquida (fatta di vino, farina e olio) che accompagnava il sacrificio principale (es.  un agnello, un toro). Paolo paragonò la sua eventuale morte proprio ad una libazione, paragonando la fede dei Filippesi ad un sacrificio offerto a Dio. Se i Filippesi fossero stati una offerta gradita a Dio, il suo servizio avrebbe raggiunto il suo scopo, ed egli si rallegrava anche se avesse dovuto morire per il suo servizio, perché ne sarebbe valsa la pena. Ed anche i Filippesi avrebbero dovuto gioirne con lui.  Egli avrebbe concluso la sua vita avendo compiuto la missione che Dio gli aveva affidata.

Fino a qualche tempo fa, non avevo mai pensato in questi termini alla vita e alla morte. Vivere la propria vita sapendo che non tutto finisce con la morte dovrebbe influenzare in maniera notevole la nostra esistenza.

Mi sto preoccupando di onorare Dio in tutti gli aspetti della mia vita in modo da farmi trovare pronto ad incontrarlo quando lui mi chiamerà? Se dovesse accadere domani,  sarei sereno, gioioso e sicuro di aver “compiuto la mia missione” o avrei la sensazione di aver sprecato la mia vita?

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