Vittoriosi sul peccato Prima lettera di Giovanni - Episodio 9

Questo articolo è la parte 9 di 17 nella serie Prima lettera di Giovanni

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Chiunque commette il peccato trasgredisce la legge: il peccato è la violazione della legge.
Ma voi sapete che egli è stato manifestato per togliere i peccati; e in lui non c’è peccato.
Chiunque rimane in lui non persiste nel peccare; chiunque persiste nel peccare non l’ha visto, né conosciuto.
Figlioli, nessuno vi seduca. Chi pratica la giustizia è giusto, com’egli è giusto.
Colui che persiste nel commettere il peccato proviene dal diavolo, perché il diavolo pecca fin da principio. Per questo è stato manifestato il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo.
Chiunque è nato da Dio non persiste nel commettere peccato, perché il seme divino rimane in lui, e non può persistere nel peccare perché è nato da Dio.
In questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chiunque non pratica la giustizia non è da Dio; come pure chi non ama suo fratello.

(1 Giovanni 3:4-10 – La Bibbia)

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Indice generale della serie sulla prima lettera di Giovanni

Ci troviamo di fronte ad un passo della bibbia che può essere frainteso e generare idee sbagliate con conseguenze piuttosto gravi. Afferma forse che i credenti ad un certo punto della loro vita smettono di peccare? Assolutamente no.

Leggendo 1 Giovanni 1:9-10 avevamo affermato che nessuno può dire di essere senza peccato, anzi in Giovanni 2:1 avevamo letto: “se qualcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto.”

Giovanni sapeva quindi che anche i credenti peccano e possono reggere di fronte al tribunale di Dio solo grazie alla presenza del loro avvocato Gesù Cristo. Questo non è in discussione.

Come si possono conciliare i due brani? Non è difficile.

Infatti, il verbo usato in 2:1 “se qualcuno ha peccato” indica un peccato occasionale, un’azione specifica, non un modo abituale di vivere. Al contrario, nel testo oggetto di questo pensiero, vengono utilizzati per il verbo “peccare” dei tempi che indicano un’abitudine, un’azione continuativa nel tempo, tradotta nel nostro testo come “persistere nel commettere peccato”.

Giovanni definisce il peccato come la violazione della legge, ovvero la disubbidienza a ciò che Dio ha rivelato all’uomo come sua volontà attraverso la sua parola. Un figlio di Dio può cadere nella disubbidienza, può cadere nel peccato durante il suo cammino cristiano ma Giovanni sta affermando che il peccare non è più la regola nella sua vita, non caratterizza più il suo stile di vita.

Infatti la vita di chi è nato di nuovo ed è stato trasformato da Dio è caratterizzato piuttosto dalla pratica della giustizia, dall’ubbidienza a Dio, mentre il peccato, seppur presente, viene combattuto con l’aiuto di Dio che ci permette di riportare la vittoria.

Giovanni segue una logica precisa. Il diavolo è maestro nel peccare e coloro che vivono abitualmente nel peccato sono ancora sotto il suo dominio. Ma Gesù Cristo ha dato la sua vita per noi non solo per permetterci di essere riconciliati con Dio ma anche per sottrarci al dominio dell’avversario, distruggendo le opere del diavolo.

Di conseguenza Giovanni non aveva dubbi: coloro che hanno ricevuto la nuova vita di Dio in loro, non persisteranno nel commettere il peccato, ovvero il peccato non caratterizzerà la loro vita. Quando lo Spirito Santo anche attraverso la parola di Dio, mostrerà la presenza del peccato nella loro vita, essi reagiranno, confesseranno il loro peccato e con l’aiuto di Dio lo abbandoneranno.

Al contrario, coloro che continuano a vivere nel peccato senza alcun desiderio di cambiare, mostrano che lo Spirito Santo non agisce nella loro vita, quindi non hanno conosciuto davvero il Signore, non hanno un rapporto con Dio.

Ancora una volta Giovanni smentiva la tendenza gnostica ad esaltare la conoscenza teorica trascurando il comportamento e l’ubbidienza. La conoscenza di Dio va di pari passo con la pratica.

D’altra parte la nuova vita nel credente viene anche definita dall’apostolo Paolo come la vita stessa di Gesù Cristo in noi (Ga 2:20). Gesù è senza peccato e quindi è coerente che lo Spirito Santo agisca nel credente evidenziando il peccato con l’obiettivo di rimuoverlo e vincerlo, per lasciare spazio sempre di più alla vita giusta di Gesù Cristo in noi. Giovanni paragona questa azione proprio ad un seme, il seme divino piantato nella vita di colui che ha la vita di Dio in sé. Quel seme in qualche modo produce il suo frutto.

Possiamo quindi concludere che tutti siamo peccatori e tutti commettiamo dei peccati trasgredendo la legge divina, disubbidendo alla volontà di Dio. I figli di Dio e i figli del diavolo sono quindi riconoscibili non dai singoli peccati ma piuttosto dal modo in cui affrontano il peccato nella propria vita.

Colui che è ancora sotto l’influenza esclusiva del diavolo non ha in sé il seme divino e quindi continua a vivere abitualmente nel peccato non avendo alcuna alternativa. Egli non ha in se lo Spirito Santo che lo spinge a praticare la giustizia e non è neanche in grado di mostrare vero amore verso i fratelli, un segnale di vita molto importante che Giovanni approfondirà in seguito.

Il figlio di Dio invece cadrà occasionalmente ma tali cadute verranno contrastate dalla nuova vita in lui che lo spinge a vivere secondo giustizia portandolo a confessare ed abbandonare il peccato. Ringraziamo quindi il Signore perché, se siamo figli di Dio, possiamo anche essere vittoriosi sul peccato grazie alla nuova vita in noi. Noi non siamo migliori degli altri ma Cristo in noi è in grado di fare ciò che noi non saremmo mai in grado di fare da soli.

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