Viva il vitello d’oro! Atti degli apostoli - Episodio 19

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Questo articolo è la parte 19 di 32 nella serie Atti degli apostoli

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«La storia è maestra di vita

Come i vostri padri»


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In quel tempo nacque Mosè, che era bello agli occhi di Dio; egli fu nutrito per tre mesi in casa di suo padre; e, quando fu abbandonato, la figlia del faraone lo raccolse e lo allevò come figlio. Mosè fu istruito in tutta la sapienza degli Egiziani e divenne potente in parole e opere.
Ma quando raggiunse l'età di quarant'anni, gli venne in animo di andare a visitare i suoi fratelli, i figli di Israele. Vedendo che uno di loro era maltrattato, ne prese le difese e vendicò l'oppresso, colpendo a morte l'Egiziano. Or egli pensava che i suoi fratelli avrebbero capito che Dio voleva salvarli per mano di lui; ma essi non compresero. Il giorno seguente si presentò a loro, mentre litigavano, e cercava di riconciliarli, dicendo: "Uomini, voi siete fratelli; perché vi fate torto a vicenda?" Ma quello che faceva torto al suo prossimo lo respinse, dicendo: "Chi ti ha costituito capo e giudice su di noi? Vuoi uccidere me come ieri uccidesti l'Egiziano?" A queste parole Mosè fuggì, e andò a vivere come straniero nel paese di Madian, dove ebbe due figli.
Trascorsi quarant'anni, un angelo gli apparve nel deserto del monte Sinai, nella fiamma di un pruno ardente. Mosè guardò e rimase stupito di questa visione; e, come si avvicinava per osservare meglio, si udì la voce del Signore: "Io sono il Dio dei tuoi padri, il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe". Mosè, tutto tremante, non osava guardare. Il Signore gli disse: "Togliti i calzari dai piedi; perché il luogo dove stai è suolo sacro. Certo, ho visto l'afflizione del mio popolo in Egitto, ho udito i loro gemiti e sono disceso per liberarli; e ora, vieni, ti manderò in Egitto".
Questo Mosè che avevano rinnegato dicendo: "Chi ti ha costituito capo e giudice?", proprio lui Dio mandò loro come capo e liberatore con l'aiuto dell'angelo che gli era apparso nel pruno. Egli li fece uscire, compiendo prodigi e segni nel paese d'Egitto, nel mar Rosso e nel deserto per quarant'anni.
Questi è il Mosè che disse ai figli d'Israele: "Dio vi susciterà, tra i vostri fratelli, un profeta come me". Questi è colui che nell'assemblea del deserto fu con l'angelo che gli parlava sul monte Sinai e con i nostri padri, e che ricevette parole di vita da trasmettere a noi. Ma i nostri padri non vollero dargli ascolto, lo respinsero, e si volsero in cuor loro verso l'Egitto, dicendo ad Aaronne: "Facci degli dèi che vadano davanti a noi, perché di questo Mosè, che ci ha condotti fuori dall'Egitto, non sappiamo che cosa sia avvenuto". E in quei giorni fabbricarono un vitello, offrirono sacrifici all'idolo e si rallegrarono per l'opera delle loro mani.

(Atti 7:20-41 – La Bibbia)
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Indice generale della serie sugli Atti degli apostoli

Chiunque abbia seguito un processo penale, anche solo in tv, sa che nella fase dibattimentale, un momento importante è quello dell'arringa, il discorso che l'avvocato fa davanti ai giudici per sostenere la sua tesi.

In questa parte del discorso di Stefano di fronte al sinedrio, in cui egli avrebbe dovuto difendersi dalle accuse, potrebbe sembrare che non ci sia una direzione precisa e molti potrebbero chiedersi: "Ma dove voleva andare a parare Stefano con questa sintesi storica?". La conclusione della sua arringa, che vedremo nel prossimo episodio, risponderà in maniera chiara a questa domanda, ma nel frattempo voglio fare notare che il discorso di Stefano sta evidenziando uno schema ripetitivo nella vita del popolo di Israele…

La promessa fatta ad Abramo si sarebbe realizzata pienamente nella sua discendenza. Ma poche generazioni dopo, i figli di Giacobbe avevano disprezzato Giuseppe, proprio colui che invece Dio aveva scelto per salvarli dalla carestia che sarebbe venuta in seguito.

In seguito il popolo diventò schiavo in Egitto e Dio preparò di nuovo un liberatore, il grande Mosè.

Teniamo presente che i membri del sinedrio che stavano davanti a Stefano si consideravano discepoli di Mosè (vedi Gv 9:28) e consideravano Mosè il più grande profeta di tutti i tempi. Ma Stefano, nel suo racconto, volle sottolineare che Mosè non aveva goduto di tale stima da parte dei loro padri! Come abbiamo letto, essi lo disprezzarono fin dal principio, costringendolo ad allontanarsi dall'Egitto da quando aveva quaranta anni fino all'età di ottanta anni. Nonostante il loro disprezzo, Dio utilizzò proprio lui per liberarli dall'Egitto così come aveva usato proprio Giuseppe.

Poi, durante altri quarant'anni passati nel deserto, quando Mosè riceveva istruzioni da parte di Dio e le condivideva con il popolo, in più occasioni dovette sopportare le loro lamentele. Mosè aveva ricevuto parole di vita da trasmettere al popolo e il popolo non volle ascoltarlo.Nella loro ribellione arrivarono addirittura a farsi un vitello d'oro che andasse davanti a loro, un idolo che rappresentasse il dio che li aveva liberati dall'Egitto (Es 32:4).

È chiaro ciò che Stefano stava cercando di fare. Voleva far capire a quegli uomini che, così come avevano fatto i patriarchi con Giuseppe, nonostante i segni e i prodigi che Dio aveva fatto tramite Mosè, i loro padri lo avevano disprezzato, disprezzando quindi anche il Signore che lo aveva mandato.

Poi Stefano toccò il nodo centrale del suo discorso. Ricordò ai membri del sinedrio ciò che Mosè aveva detto ai figli d'Israele: "Dio vi susciterà, tra i vostri fratelli, un profeta come me". Questa frase è importante perché fornisce un collegamento diretto tra Mosè e Gesù: Gesù era infatti il profeta come Mosè a cui quest'ultimo si era riferito! Ed è chiaro che i contemporanei di Stefano stavano rifiutando Gesù così come i loro padri avevano rifiutato Mosè. Ironicamente, proprio loro che si dichiaravano discepoli di Mosè, stavano rifiutando colui di cui Mosè stesso aveva parlato, invitandoli a dargli ascolto quando fosse venuto!

I loro padri avevano preferito innalzare un vitello d'oro piuttosto che fidarsi del Signore e del suo messaggero Mosè. Coloro che stavano davanti a Stefano stavano facendo esattamente lo stesso errore rifiutando colui che il Signore aveva scelto, il Messia Gesù, per sostituirlo con la loro idea di Messia a cui Gesù sembrava non rispondere.

Anche oggi l'uomo continua a commettere lo stesso errore disprezzando la verità di Dio per andare dietro alle favole. I vitelli d'oro dell'uomo moderno saranno anche molto più sofisticati ma rimangono pur sempre idoli che occupano il posto del Divino Creatore.

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